martedì 25 giugno 2013

Signore fa’ di me uno strumento della tua pace

La preghiera detta “di S. Francesco” e la sua vera storia.

«[…] Tutti conoscono la cosiddetta “Preghiera semplice” - quella che suona: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ che io porti l’amore…” – e quasi tutti ne allegano la paternità all’autore del “Cantico delle creature”. Gli storici, peraltro, e gli addetti ai lavori hanno sempre saputo invece che tale suggestiva orazione è tutt’altro che francescana: infatti ha un secolo d’anzianità al massimo e non è stata neppure composta da un frate minore; l’attribuzione al Poverello si deve al fatto accidentale che essa fu stampata una volta sul retro di un santino di Francesco d’Assisi […]

Certo: la “Preghiera semplice” è un inno alla pace, all’amore, insomma alle virtù cristiane che ben corrispondono all’immagine di san Francesco divulgata popolarmente. Ma si tratta comunque di uno stereotipo: è corretto alimentarlo senza ricorrere alle fonti originali?
Padre Willibrord-Christian van Dijk, un cappuccino che ha studiato la vicenda della “Preghiera semplice” per 40 anni, ha notato per esempio la stranezza di attribuire a un “santo che passa per essere un grande mistico cristiano un testo che non s’indirizza a Gesù Cristo e nemmeno lo nomina, né vi si trova alcuna citazione evangelica o biblica”. Osservazione pertinente, visto che tutte le preghiere autentiche di Francesco sono nient’altro che centoni di frasi desunte dalle Scritture e/o dalla liturgia […]

San Francesco non è un “archetipo” astratto, bensì un personaggio storico; e come tale merita di essere trattato anche nell’esame dei suoi scritti. Con metodo rigoroso, infatti, lo studioso francese arriva a risultati pressoché definitivi sull’origine della “Preghiera semplice”: la sua più antica stampa conosciuta risale al dicembre 1912, quando l’orazione comparve sulla pia rivista parigina La Clochette (“La campanella”), bollettino mensile della Lega della Santa Messa: era anonima, ma forse attribuibile al direttore del periodico stesso, il prete poligrafo normanno Esther Auguste Bouquerel. Di lì a poco la strofetta fu ripresa da un’altra rivista francese e quindi, nel 1916, sulla prima pagina dell’Osservatore romano, che la lanciò internazionalmente come invocazione per la pace.
L’abbinamento col saio del grande Assisate avviene dopo il 1918, quando il cappuccino padre Etienne Benoit stampa il testo dell’orazione sul retro di un’immaginetta destinata al suo terz’ordine e recante in facciata la figura del Fondatore: “Questa preghiera riassume meravigliosamente la fisionomia esterna del vero figlio di san Francesco”, scrive il religioso. È un santino dunque l’origine della falsa attribuzione francescana, che però diventa esplicita per la prima volta nel 1927 in una pubblicazione protestante: i cattolici infatti rifiuteranno tale abusiva paternità almeno fino agli anni Cinquanta. Segue un incredibile successo internazionale […]»

Dall’articolo di Roberto Beretta, Gli apocrifi del Poverello, pubblicato su Avvenire del mercoledì 9 gennaio 2002, p. 23.

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giovedì 20 giugno 2013

«Altissimo, Onnipotente Buon Signore»

Lodato sii mio Signore, insieme a tutte le creature.

«L’antico manicheismo, fondato dal persiano Mani (216-274 o 277), aveva a suo tempo affascinato anche S. Agostino, che ne era stato seguace prima di diventare cristiano. La ragione del successo del neo-manichesimo cataro stava nel fatto che forniva una risposta semplice per una domanda complessa. La domanda (che ancora oggi tiene molti lontani dalla religione) è: se Dio è buono, perché nel mondo c’è tanto male?

Per i cristiani il Peccato Originale, causa di ogni sofferenza umana, è un mistero, così come lo è la croce, che il Dio Incarnato, Cristo, non ha eliminato ma ci ha insegnato a tramutare in scala per il Cielo.

Ebbene, i catari risolvevano il problema del male così: non c’è un solo Dio ma due, uno buono e uno cattivo. Il primo ha creato le anime, il secondo la materia. La sofferenza per l’anima deriva dall’essere prigioniera del corpo. Perciò, bisogna aspirare alla liberazione delle anime dai corpi.

venerdì 14 giugno 2013

Il peccato, l’unica cosa al mondo che non sia sua

Mio Dio, io ti adoro perché hai preso su di te il peso dei peccatori, di coloro i quali ti offendono e ti affliggono continuamente. Tu hai assunto il compito di un servo per gente che non l’aveva chiesto.
Ti adoro per la tua incomprensibile condiscendenza a prenderti cura di me.
O mio Dio, tu avresti potuto lasciarmi fare il mio corso, ed andar diritto all’Inferno per la mia cattiva volontà e la fiducia che avevo in me stesso! Avresti potuto abbandonarmi in quella profonda inimicizia con te, che è la morte dell’anima. Io sarei morto doppiamente, e nessuno, all’infuori di me stesso, ne sarebbe stato responsabile.

Ma tu, Eterno Padre, sei stato buono per me più di quanto lo sono io stesso. Mi hai dato la tua grazia, l’hai effusa su di me, ed è per questo che io vivo.

Mio Dio, Consolatore eterno, io adoro te, che sei la luce e la vita dell’anima mia.
Nella tua infinita bontà fin da principio tu sei entrato nella mia anima, ne hai preso possesso, e vi hai eretto il tuo tempio. Con la tua grazia, che mi unisce agli angeli e ai santi, tu hai abitato in me in un modo ineffabile.
O mio Dio, posso io peccare, quando tu sei così intimamente unito a me?
Posso io dimenticare chi è con me, chi è in me?
Posso io cacciare un ospite divino per una cosa che egli aborre più di ogni altra, che è l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua?
Mio Dio, di fronte al peccato io mi trovo in una doppia sicurezza: innanzi tutto il timore di profanare al tuo cospetto tutto ciò che tu sei per me; quindi la fiducia che questa stessa presenza mi preserverà dal peccato.
Mio Dio, se pecco tu ti ritiri da me, e mi abbandoni al mio miserabile io.
Voglio fare uso di ciò che mi hai dato, voglio invocarti quando sono provato o tentato.
Voglio guardarmi dalla negligenza e dalla non curanza in cui cado di continuo.
Con la tua grazia non ti abbandonerò mai.

Di John Henry Newman, Meditazione sullo Spirito Santo, in “Meditazione e preghiere”, Jaca, Milano, 2002, pp. 96-97


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giovedì 6 giugno 2013

Forse più bello ancora

Il destriero
Scalpita nella valle giulivo
e con impeto va incontro alle armi.
Sprezza la paura, non teme
nè retrocede davanti alla spada.
Su di lui risuona la faretra,
il luccicare della lancia e del dardo.
Strepitando, fremendo, divora lo spazio
e al suono della tromba più non si tiene.
Al primo squilla grida: “Aah!...”
e da lontano fiuta la battaglia,
gli urli dei capi, il fragor della mischia.

Se si apre la Scrittura e si legge nell’Antico Testamento la descrizione che Dio fa di alcuni animali, ci si accorge che nessun poeta e pittore li ha cantati o dipinti in modo così vivo e splendido.
Ci voleva l’occhio di Chi li ha creati ad ispirare simili maestose descrizioni. Forse il nostro non è educato a vedere il bello, o vede solo il bello di un certo settore della vita umana, e naturale, perchè non abbiamo educato l’anima.
La contadinella, pur sempre a contatto con la natura ricca dell’orma di Dio, quando arriva in città, veste i più strani colori, con una disarmonia che ferisce gli occhi. Per lei il bello è così e le migliori opere d’arte non valgono molto, se non nulla, perchè non le capisce.

Ma agli occhi di Dio, sarà più bello il bambino che ti guarda con occhietti innocenti, tanto simili alla natura limpida e tanto vivi, o la giovinetta che splende come la freschezza di un fiore appena aperto, o il vecchio avvizzito e canuto, ormai curvo, quasi inabile a tutto, in attesa soltanto della morte?
Il chiccho di grano, così promettente quando, tenue più d’un filo d’erba, aggrappato ai chicchi fratelli, attornianti e componenti la spiga, attende di maturare e svincolarsi, solo e indipendente, nella mano dell’agricoltore o in grembo alla terra, è bello e pieno di speranza!
È bello però anche quando, ormai maturo, è scelto fra gli altri, perché migliore, onde sotterrato, dar vita ad altre spighe, esso che la vita ormai contiene. È bello, è eletto per le future generazioni delle messi.
Ma quando sotterrato, avvizzendosi, riduce il suo essere in poca cosa, più concentrata, e lentamente muore, marcendo, per dar vita ad una pianticella, diversa da esso, ma che di esso contiene la vita, forse è più bello ancora.

Bellezze varie.
Eppure una più bella dell’altra.
E l’ultima la più bella.
Dio le vedrà così le cose?
Quelle rughe che solcano la fronte della vecchietta, quel camminare curvo e tremolante, quelle brevi parole piene d’esperienza e di sapienza, quello sguardo dolce di bambina e donna insieme, ma più buono dell’una e dell’altra, è una bellezza che noi non conosciamo.
E il chicco di grano che, spegnendosi, sta per accendersi ad una nuova vita, diversa dalla prima, in cieli nuovi.
Io penso che Dio veda così le cose e che l’appressarsi al Cielo sia di gran lunga più attraente che le varie tappe del lungo cammino della vita, che in fondo serve solo per aprire quella porta.

Chiara Lubich

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