martedì 6 settembre 2016
Una strampalata ipotesi
«Vi è una strampalata ipotesi che oggi si va consolidando nella mente di molti e che non ha nulla a che vedere con il concetto filosofico del pacifismo…
É l’idea che la mancanza di lotta in quanto tale impedirebbe ad altri di combattere o di impadronirsi, senza colpo ferire, di quanto essi volessero». [Gli uomini] «sembrano essersi messi in capo la strana idea che in tutte le circostanze immaginabili potrebbero conservare tutte le proprie cose esclusivamente e unicamente rifiutando di difenderle.
Sembra persino che sarebbero capaci di metter fine… a tutto il regno della violenza e dell’orgoglio semplicemente non facendo nulla.
Ma sarà bene per tutti se tutti abbandoneranno tale illusione».
Gilbert Keith Chesterton, 1936.
giovedì 1 settembre 2016
La torre dorata della coerenza personale
«Insomma, la difesa e la promozione dei principi non negoziabili esige una militanza. Ora, nella mente di tanti cristiani, questo concerto non c’è più.
Si pensa, per esempio, che sia più giusto, opportuno e anche più cristiano, presentare la bellezza della fede cristiana piuttosto che prendere di petto le cose sbagliate. Si pensa che la fede, in questo modo, venga percepita come una opposizione, una negazione, un dire dei no a questo e a quello, più che un annuncio.
Molti pensano che una coppia di genitori cristiani dovrebbe testimoniare la bellezza di esserlo, più che scendere in piazza per impedire agli altri di non esserlo.
A mio avviso, questo richiamo alla positività dell’annuncio è vero e importante. Prima viene l’annuncio e poi la denuncia. Il positivo ha sempre il primato.
Però è impossibile annunciare il bene senza anche contrastare il male. Senza questa componente, la testimonianza della positività diventa alibi al disimpegno.
I principi non negoziabili, poi, sono radicali, ossia la loro negazione riguarda punti essenziali della persona e della vita in società, con danni drammatici e irreparabili se non viene contrastata. Non si può, perché concentrati a testimoniare nella nostra vita il positivo, non vedere che ci sono antropologie in conflitto e alcune di queste sono disumane. Non ci si può chiudere nella torre dorata della nostra coerenza personale o familiare e lasciare che la società vada alla deriva».
(Mons. Giampaolo Crepaldi “A compromesso alcuno” Cantagalli 2015)
giovedì 30 giugno 2016
Non è un sovrano assoluto
La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo.
(Papa Benedetto XVI – Basilica di San Giovanni in Laterano, 7 maggio 2005)
giovedì 23 giugno 2016
Non si sopravvive alla perdita dei confini
Occorrerebbe riuscire a riflettere senza anatemi reciproci, cosa impossibile da sempre e ora di più, sull’assoluta insensatezza del discorso relativo all’abbattimento delle frontiere e cose così.
A suo tempo fu considerato un capolavoro il libro della Sontag, “La malattia come metafora”. Si fermava a certi aspetti. Ma rimanendo nella metafora, credo con qualche argomento legittimo, non c’è dubbio che le malattie sociali attuali sono quelle che rompono le membrane che garantiscono la differenziazione degli organi e quindi il loro corretto funzionamento.
Se viene meno la differenziazione e quindi vengono meno i confini tra un tessuto e l’altro dei mille che costituiscono gli organismi viventi l’organismo stesso precipita nel caos e nell’indifferenziato, si sperde e si consuma fallendo il suo scopo vitale che è la sopravvivenza. Estendere la metafora agli organismi storici e sociali non è un’ipotesi così peregrina. Anche delimitando fortemente la portata euristica complessiva del suo uso, ma le società sono anche organismi a loro modo viventi come lo sono i singoli organismi.
Mi viene da pensare che l’attuale moda, insensata, di chiedere l’abbattimento delle membrane, abbia un corrispettivo psicologico in una certa diffusa pretesa a evitare il confronto tra le differenze.
Devo garantire gli scambi, i traffici, i percorsi (un po’ il discorso che a suo tempo faceva Michel Serres), i transiti, Hermes, non annullare le mappe, cancellare i segnavia, i cippi e la segnaletica dei passaggi che la storia ha riversato sulla crosta terrestre come portato essenziale del processo di ominizzazione.
Anche se molti di questi segni indicano lo scontro, il sedimento doloroso della guerra e dei suoi lutti tremendi, un mondo in cui tutto questo fosse cancellato non restituirebbe giustizia alcuna ai morti che, non dimentichiamo, sono la maggioranza dell’umanità.
Ho avuto il cancro che è esattamente una malattia dell’interruzione degli scambi tra tessuti e all’interno dei tessuti. Il cancro è l’indifferenziato cellulare, è la caduta nella perdita delle barriere, della differenziazione. Non si sopravvive alla perdita dei confini. Devo avere rapporti con ciò che mi è esterno, che è esterno al tessuto, lo devo replicare correttamente, ma lo scambio non avviene nell’indifferenziato ma solo nella differenza e nel riconoscimento dei limiti. Tutto il contrario della predica domenicale dei nuovi sacerdoti.
Riccardo De Benedetti - 8 maggio 2016
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