mercoledì 18 gennaio 2017

Presto tracimerà


GIUSSANI – Mi sto rendendo conto, adesso che ho quasi settant’anni, della realtà dell’odio contro i cristiani. Dell’odio del mondo di cui parlava Gesù Cristo nel capitolo 15 del Vangelo di san Giovanni (...). Scorgo i segni di questa persecuzione.

DOMANDA – Una persecuzione vera?

GIUSSANI – È così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola della Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione.

Don Luigi Giussani. “Un evento. Ecco perché ci odiano”, Roma 1993.

giovedì 12 gennaio 2017

L’uomo che vi siede sopra


La Parola di Dio non ha bisogno di essere accettata dall’uomo per essere vera.

Vi sono comandamenti che non ammettono incertezze, tanto sono precisi e sufficientemente posseduti dalla coscienza cristiana.

La coscienza non può abdicare interamente nelle mani di nessuna creatura, fosse il più grande degli uomini o il più santo.

La cattedra ha il suo valore di verità: ma per il solo fatto che la cattedra è verità, non ne consegue che l’uomo che vi siede sopra sia la verità.

(Don Primo Mazzolari)

giovedì 5 gennaio 2017

La prima regola


Come insegna S. Agostino [De lib. arb. 1, 5], “non è da considerarsi legge una norma non giusta”.

Perciò una norma ha vigore di legge nella misura in cui è giusta.

Ora, tra le cose umane un fatto viene detto giusto quando è retto secondo la regola della ragione.

Ma la prima regola della ragione è la legge naturale, come si è visto [q. 91, a. 2, ad 2].

Quindi una legge umana positiva in tanto ha natura di legge in quanto deriva dalla legge naturale.

E se in qualcosa è contraria alla legge naturale, non è più legge, ma corruzione della legge.

Somma Teologica, Parte I-II, Questio 95, art. 2

mercoledì 28 dicembre 2016

L’anello di una catena


Viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che è antico, per il fatto stesso di esserlo, viene respinto, perché superato e quindi non più valido. Ha valore solo ciò che è nuovo, semplicemente perché tale. Anche se poi si è costretti ad ammettere che molte delle novità, prive di radicamento nel passato, invecchiano in un batter d’occhio e devono essere presto rimpiazzate da altre novità.

Gli uomini d’oggi pensano che il mondo sia nato con loro e muoia con loro; non hanno il senso della continuità; non hanno la consapevolezza di essere solo l’anello di una catena; non sentono il dovere di trasmettere alle generazioni successive ciò che hanno a loro volta ricevuto (forse perché molti di loro hanno ricevuto ben poco dai propri educatori).

Pensano che la storia sia una continua creazione dal nulla: “Io sono l’artefice della mia vita; non ho niente da imparare da coloro che mi hanno preceduto; la mia unica guida è il mio fuggevole sentimento; io voglio essere ciò che sento in questo momento”. Quale sia l’esito di questa mentalità è sotto gli occhi di tutti.

Probabilmente si tratta di un processo irreversibile, che deve giungere alla sua naturale conclusione.

È illusorio pensare di poter in qualche modo frenarlo; e a nulla serve ritardarlo; anzi conviene accelerarlo, perché si compia al più presto.

Bisogna però, nel frattempo, cominciare a pensare al “dopo”, al momento della ricostruzione dopo la devastazione. Ricordate Don Camillo? Che fare quando il fiume travolge gli argini e invade i campi? Bisogna salvare il seme. Dobbiamo, innanzi tutto, salvare la fede (Don Camillo e Don Chichí). Ma insieme – aggiungo io – dobbiamo anche iniziare a individuare quei pochi principi che dovranno servire da fondamento della ricostruzione.

Uno di questi dovrà essere, appunto, il “principio di antichità” (chiamiamolo così per comodità, tanto per intenderci; sappiamo bene che non tutto ciò che è passato è, di per sé, buono): dovremo cioè ristabilire i contatti col nostro passato, con le nostre radici, con la tradizione. Tornare al punto di pensare che io, come uomo, posso considerarmi realizzato solo quando sarò riuscito a trasmettere ai miei figli ciò che ho ricevuto dai miei padri.

Recuperare l’umile e fiera consapevolezza di essere soltanto l’anello di una catena, il cui unico compito è quello di mettere in comunicazione l’anello precedente con quello successivo. Se poi riesco a dare il mio piccolo contributo a questa catena, tanto meglio.

(P. Giovanni Scalese, 6 giugno 2016)