mercoledì 28 dicembre 2016

L’anello di una catena


Viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che è antico, per il fatto stesso di esserlo, viene respinto, perché superato e quindi non più valido. Ha valore solo ciò che è nuovo, semplicemente perché tale. Anche se poi si è costretti ad ammettere che molte delle novità, prive di radicamento nel passato, invecchiano in un batter d’occhio e devono essere presto rimpiazzate da altre novità.

Gli uomini d’oggi pensano che il mondo sia nato con loro e muoia con loro; non hanno il senso della continuità; non hanno la consapevolezza di essere solo l’anello di una catena; non sentono il dovere di trasmettere alle generazioni successive ciò che hanno a loro volta ricevuto (forse perché molti di loro hanno ricevuto ben poco dai propri educatori).

Pensano che la storia sia una continua creazione dal nulla: “Io sono l’artefice della mia vita; non ho niente da imparare da coloro che mi hanno preceduto; la mia unica guida è il mio fuggevole sentimento; io voglio essere ciò che sento in questo momento”. Quale sia l’esito di questa mentalità è sotto gli occhi di tutti.

Probabilmente si tratta di un processo irreversibile, che deve giungere alla sua naturale conclusione.

È illusorio pensare di poter in qualche modo frenarlo; e a nulla serve ritardarlo; anzi conviene accelerarlo, perché si compia al più presto.

Bisogna però, nel frattempo, cominciare a pensare al “dopo”, al momento della ricostruzione dopo la devastazione. Ricordate Don Camillo? Che fare quando il fiume travolge gli argini e invade i campi? Bisogna salvare il seme. Dobbiamo, innanzi tutto, salvare la fede (Don Camillo e Don Chichí). Ma insieme – aggiungo io – dobbiamo anche iniziare a individuare quei pochi principi che dovranno servire da fondamento della ricostruzione.

Uno di questi dovrà essere, appunto, il “principio di antichità” (chiamiamolo così per comodità, tanto per intenderci; sappiamo bene che non tutto ciò che è passato è, di per sé, buono): dovremo cioè ristabilire i contatti col nostro passato, con le nostre radici, con la tradizione. Tornare al punto di pensare che io, come uomo, posso considerarmi realizzato solo quando sarò riuscito a trasmettere ai miei figli ciò che ho ricevuto dai miei padri.

Recuperare l’umile e fiera consapevolezza di essere soltanto l’anello di una catena, il cui unico compito è quello di mettere in comunicazione l’anello precedente con quello successivo. Se poi riesco a dare il mio piccolo contributo a questa catena, tanto meglio.

(P. Giovanni Scalese, 6 giugno 2016)

giovedì 22 dicembre 2016

Il gusto del divino


Ciò che deve concretamente avvenire nel rinnovamento cristiano dipende dalla domanda: che cos’è propriamente cristiano?, ma non dalla domanda: che cosa esigono i tempi moderni?

Il cristianesimo non è un negozio che, preso dalla paura, deve orientare la sua pubblicità sul gusto e l’umore del pubblico perché vuole vendere una merce che i clienti veramente né vogliono né loro occorre – come certamente spesso si fa; se fosse cosi, allora si potrebbe ammettere tranquillamente la bancarotta dell’impresa.

In verità la fede cristiana è piuttosto (detto con un’immagine certamente molto unilaterale e debole) la medicina divina che non deve seguire i desideri dei clienti e ciò che a loro piace, se non vuole mandarli a fondo; essa deve, da parte sua, esigere che gli uomini si stacchino dai loro presunti bisogni, cosa che in verità è la loro malattia, e si affidino alla guida della fede.

A partire da quest’immagine possiamo già distinguere vero da falso rinnovamento, e dire: la vera riforma è quella che si sforza di scoprire ciò che è veramente cristiano e che si lascia da esso provocare e plasmare; la falsa riforma è quella che corre dietro all’uomo, invece di guidarlo, e così trasforma il cristianesimo in una bottega fallimentare che grida per farsi una clientela.

Con ciò non si vuol dire nulla contro ciò che oggi si chiama “pastorale di ricerca”.

(Joseph Ratzinger - Toccati dall'invisibile, Querinaina – 2006)

giovedì 15 dicembre 2016

Sorgente di felicità


Oggi in ispirito sono stata in paradiso e ho visto l’inconcepibile bellezza e felicità che ci attende dopo la morte. Ho visto come tutte le creature rendono incessantemente onore e gloria a Dio.

Ho visto quanto è grande la felicità in Dio, che si riversa su tutte le creature, rendendole felici.

Poi ogni gloria ed onore che ha reso felici le creature ritorna alla sorgente ed esse entrano nella profondità di Dio, contemplano la vita interiore di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che non riusciranno mai né a capire né a sviscerare.

Questa sorgente di felicità è immutabile nella sua essenza, ma sempre nuova e scaturisce per la beatitudine di tutte le creature.

(Santa Faustina Kowalska, Diario)

venerdì 9 dicembre 2016

Non irridetur Deus


«Se voi non cercate il cielo, perderete la terra». 

Parole come quelle di La Salette sono necessariamente scandalose non solo per il mondo, ma anche per tanti cristiani garruli e spensierati, convinti che il vangelo sia una paciosa raccolta di buoni consigli, un accomodante compendio che dia una verniciatina umanistica, etica alla prospettiva del benpensante medio.

La Salette significa anzitutto l’aspetto serio del cristianesimo, il tragico della scelta alla quale ciascuno di noi è invitato. Non irridetur Deus, Dio non si prende in giro senza conseguenze.

Qui ci troviamo nel cuore del dramma cristiano, a vertiginosa distanza da ogni compromesso con lo spirito del mondo. Per questo, simili parole saranno sempre inattuali per ogni prospettiva cristiana che voglia andare d'accordo con le mode del momento.

(L. Bloy, “La Salette”, Citaz. da V. Messori, La sfida della fede, 503/504)

venerdì 2 dicembre 2016

Per la salvezza del gregge


Dopo la sua venuta in Antiochia fu rimproverato da Paolo, ma la causa del rimprovero non fu perché egli si atteneva alle costumanze giudaiche, cioè del popolo nel quale era nato ed era stato educato, anche se poi non le rispettava quand’era fra i pagani.

Fu rimproverato perché tali costumanze egli voleva imporle ai pagani, a ciò indotto dalla presenza di alcuni, provenienti da Giacomo, cioè dalla Giudea e dalla Chiesa di Gerusalemme, presieduta da Giacomo.

Costoro erano ancora convinti che la salvezza dipendesse dalle pratiche legali, e Pietro, impaurito dalla loro presenza, evitava di frequentare i pagani, mostrando con la sua ambiguità d’essere d’accordo nell’imporre ai pagani i pesi di quell’asservimento legalistico. Ciò appare abbastanza chiaramente dal rimprovero di Paolo. Non dice infatti: Se tu, che sei un giudeo, vivi alla maniera dei pagani, come fai a tornare alle costumanze giudaiche?, ma dice: Come fai a costringere i pagani a vivere da giudei?

L’avergli poi rivolto il rimprovero alla presenza di tutti è perché vi fu costretto dalla necessità. Dal suo rimprovero infatti doveva essere sanata l’intera comunità, e pertanto correggere in segreto un errore palesemente nocivo sarebbe stato del tutto inutile.
Da notarsi inoltre la maturità spirituale e il progresso nella carità raggiunti da Pietro, cui dal Signore era stato detto per tre volte: Mi ami tu? Pasci le mie pecore.

Per la salvezza del gregge egli seppe accettare volentieri un simile rimprovero, anche se a lui rivolto da un pastore di grado inferiore. E in effetti colui che veniva rimproverato desta più stupore e rimane più difficile a imitarsi che non colui che lo rimproverava. In realtà è abbastanza facile scorgere il difetto da correggere nell’altro e intervenire con parole di disapprovazione o di rimprovero perché si corregga.

sabato 26 novembre 2016

Di amore infinito


Perché avessimo la Luce Ti facesti cieco.
Perché avessimo l’unione provasti la separazione dal Padre.
Perché possedessimo la Sapienza Ti facesti “ignoranza”.
Perché ci rivestissimo dell’innocenza, divenisti “peccato”.
Perché sperassimo quasi Ti disperasti…
Perché Dio fosse in noi Lo provasti lontano da Te.
Perché fosse nostro il Cielo sentisti l’Inferno.
Per darci un lieto soggiorno sulla terra, tra cento fratelli e più, fosti estromesso dal Cielo e dalla terra, dagli uomini e dalla natura.
Sei Dio, sei il mio Dio, il nostro Dio di amore infinito.

Chiara Lubich

lunedì 21 novembre 2016

Quel che gli spetta


«L’io ed il sociale sono i due grandi ideali» (Simone Weil). Tutto ciò che ha riferimento al sociale (onori, privilegi, prestigio, potere, ecc.) è vanità. Disgraziatamente, per sfuggire al sociale che è vanità, ci si rifugia per la maggior parte del tempo nell’io che è orgoglio. Ed è l’eterna tentazione delle anime forti e nobili, quella di cercare nell’orgoglio l’antidoto della vanità. Solo il contatto con Dio ci eleva al di sopra del conformismo della vanita e della rivolta dell’orgoglio.

L’idolatria del sociale è un male. Ma è una necessità ovunque non regni la santità. Colui che non possiede Dio ha bisogno di questa illusione per vivere ed agire in mezzo agli uomini. La prima reazione dell’anima avida di assoluto è quella di respingere violentemente la finzione sociale. Ma più tardi – e più in alto – essa si accorge che un rifiuto così categorico comporta una parte d’orgoglio, onde finisce per accettare il relativo per rispetto dell’assoluto e l’apparenza per amore della verità. È per questo che i santi si scandalizzano meno dei neofiti di fronte alle vanità della vita sociale. Dopo essersi innalzati dal relativo all’assoluto, essi ridiscendono, mossi da una saggezza ancora più pura, dall’assoluto al relativo.

Il nostro atteggiamento di fronte all’impurità del mondo comporta dunque tre gradi:
1° Considerare il relativo come un assoluto (idolatria).
2° Trattare il relativo come un nulla (santità imperfetta a base d’orgoglio).
3° Trattare il relativo come tale (santità perfetta). È in questo modo che grandissimi santi hanno potuto mescolarsi alla politica e giocare un ruolo eminente nella condotta della «Città».

L’idolatria sociale dà tutto a Cesare. L’idolatria dell’io non gli dà niente. La santità gli dà quel che gli spetta.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 156-157)

lunedì 14 novembre 2016

Un’antropologia atea


«Dal connubio tra una visione materialistica dell’uomo e il grande sviluppo della tecnologia emerge un’antropologia nel suo fondo atea.

Essa presuppone che l’uomo si riduca a funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di autorealizzazione. Tutto ciò prescindendo da Dio, dalla dimensione propriamente spirituale e dall’orizzonte ultraterreno.

Nella prospettiva di un uomo privato della sua anima e dunque di una relazione personale con il Creatore, ciò che è tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta accettabile, ogni politica demografica consentita, ogni manipolazione legittimata».

Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio “Cor Unum”. Sala del Concistoro. Sabato, 19 gennaio 2013.

A cura del Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger” - Campobasso

martedì 8 novembre 2016

Il brivido della sua agonia


La riduzione del Papa nel suo alto ufficio sarà il risultato della convinzione che l’originale Ufficio Petrino e Papale come praticato dai Papi Romani fino all’ultimo terzo del XX secolo non sia stato in realtà nient’altro che il risultato condizionato dal tempo di mode culturali che si estendono all’indietro per secoli; e che ora è tempo di degradarne l’importanza per poter liberare lo “spirito del Vaticano II” per modellare la Chiesa in una immagine che sia adeguata alla concezione progressista di un’epoca nuova e molto diversa da quella precedente.

I Cattolici vedranno allora lo spettacolo di un Papa validamente eletto che separerà l’intero corpo della Chiesa, sciolto dalla sua unità tradizionale e la struttura apostolica orientata al papato che la Chiesa aveva finora creduto di istituzione divina.

Il brivido che scuoterà il corpo della Chiesa Cattolica in quei giorni sarà il brivido della sua agonia. Perché le sue pene verranno dal suo interno, orchestrate dai suoi leaders e dai suoi membri. Nessun nemico esterno avrà portato a questa situazione. Molti accetteranno il nuovo regime. Molti resisteranno. Tutti saranno frammentati. Nessuno potrà più contenere insieme sulla terra i membri sparsi del visibile corpo della Chiesa Cattolica come fosse una compatta organizzazione vivente.

Malachi Martin, The Keys of This Blood, Simon and Schuster, 1990. p. 684.

giovedì 3 novembre 2016

Un lupo mannaro


«Nessuna buona coscienza cristiana può credere che il Papa sia il capo della Chiesa cristiana, né il vicario di Dio o di Cristo, ma è il capo della chiesa maledetta dei peggiori banditi della terra, vicario del diavolo, nemico di Dio, un avversario di Cristo e distruttore della Chiesa di Cristo, maestro di menzogna, di blasfemia e di idolatria, brigante e rapinatore della Chiesa e del signore laico, assassino di re e causa di tutti i tipi di spargimento di sangue, una puttana sopra ogni puttana, impegnata nella sua fornicazione, un anticristo, un uomo del peccato e figlio della perdizione, un lupo mannaro vero e proprio».

(Martin Lutero. Opera Omnia di Martino Lutero, edizione di Weimar)

venerdì 28 ottobre 2016

Il primo responsabile


La tesi di Kierkegaard è che il «cristianesimo nella cristianità non esiste più» ossia che la cristianità stabilita ha abolito il cristianesimo del Nuovo Testamento.

Il Diario diventa su questo punto sempre più incalzante e alle volte addita in Lutero il primo responsabile. Infatti Lutero non è a posto col Vangelo, cambiò le carte in tavola e ribassò sull’autentica esigenza cristiana. Perciò la dottrina di Lutero non è la dottrina di Cristo: egli distingue la legge e il Vangelo, ch’e tutta dolcezza... e così il cristianesimo diventa tutto ottimismo e la vita cristiana si riduce a un’allegra scampagnata.

E nei riguardi dello stesso Nuovo Testamento Lutero esalta in modo unilaterale l’apostolo (S. Paolo = il momento della Grazia!) per farla da padrone e abbassare il Vangelo (il momento del modello e dell’imitazione) alla misura e debolezza umana.

Allora «... quando non trova la dottrina dell’apostolo nel Vangelo, Lutero conclude: ergo, questo non è Vangelo! E questa piega errata, presa qui da Lutero, è stata poi continuata dal protestantesimo, dove Lutero è stato eretto ad assoluto».

A questo modo il cristianesimo, che il protestantesimo ha allegramente – col ricorso troppo spiccio al principio della Grazia – privato del pungolo dell’imitazione adattandolo alla furfanteria umana, è stato riportato al giudaismo, anzi al paganesimo, e la cristianità attuale è diventata la mistificazione, la piega sbagliata, un puro malinteso..., la negazione del cristianesimo, il peccato contro lo Spirito Santo.

La responsabilità perciò del crollo del cristianesimo nell’età moderna è, secondo Kierkegaard, soprattutto del protestantesimo, per aver scaricato tutto il compito della salvezza sul comodo cuscino della fede-grazia, abolendo il celibato, l’ascesi, il martirio, il chiostro...

Nel campo dottrinale la devastazione e la demolizione è stata compiuta dalla teologia speculativa col fare del cristianesimo una «dottrina oggettiva». Perciò Kierkegaard proclama, contro Lutero e in rottura con l’essenza stessa del principio protestante, che «il principio degli atti [l’imitazione] è più semplice – ossia più autentico – che il principio della fede».

Kierkegaard attaccò perciò Lutero per aver espunto dal canone biblico l’epistola di S. Giacomo come «lettera di paglia» perché essa contrasta il principio luterano della sola fides in quanto l’apostolo afferma che «la fede senza le opere è morta».

Cornelio Fabro. Introduzione alle opere di Kierkegaard

venerdì 21 ottobre 2016

Non angeli nello spazio ma uomini sulla terra


«Se la democrazia consiste nel livellamento alla base, nel rifiuto di ammettere le ineguaglianze naturali; se la democrazia consiste nel credere che il potere trova la sua origine nella massa e non nell’élite, allora effettivamente, ritengo che la democrazia è una finzione.

Non credo al suffragio universale, poiché il voto individuale non tiene conto delle differenze umane. 

Non credo all’uguaglianza ma alla gerarchia… io non credo alla libertà ma alle libertà.

La libertà che non si piega davanti all’interesse nazionale, quella libertà si chiama anarchia e distruggerà la nazione.

Non si governano angeli nello spazio, ma uomini sulla terra, che sono come sono e non come alcuni vorrebbero che fossero».

(Antonio de Oliveira Salazar, Capo di Stato. 1889–1970)

domenica 16 ottobre 2016

Un giorno capirete


Dagli appunti dei miei “Dialoghi col Presidente”, [Giovanni] Leone, che è una cronaca, un memoriale destinato a diventare racconto, traggo questi passi che forse non appariranno nella narrazione finale.

***
«Ma Presidente… sto perdendomi: Erode, il Potere, il Presepe… c’è anche una morale in tutto questo? Di che si sta parlando?».

Il Presidente mi guardò e scosse la testa, poi fissò con amara consapevolezza il suo grande e antico presepe napoletano:

«Qualsiasi potere in terra non potrà in principio o infine che contrapporsi al cristianesimo, alla Chiesa, per sopravvivere ai suoi desideri: la Chiesa è l’antidoto a qualsiasi potere che desidera diventare onnipotente, ossia, in potenza, ogni potere. Ogni potere vuole fare un uomo nuovo, a sua immagine e somiglianza, funzionale cioè alle sue necessità, ossia ai suoi desideri. Ma questa... questa non sarà mai la creatura divina originaria, non potrà che essere un uomo sfigurato, irriconoscibile da quello creato a immagine e somiglianza di Dio. Per questo ogni potere che vuol essere onnipotente cerca di cancellare la traccia divina dal volto dell’uomo, proiettandolo con l’utopia in paradisi tutti terrestri, mai lambiti da Dio, a lui estranei. Ma l’immagine di Dio è incancellabile sulla creatura divina, riemerge sempre dalle maschere di ferro dell’ideologia che gli sono state incastonate sul volto. E allora si accaniscono contro il corpo mistico di Cristo: la sua Chiesa. Ecco perché Erode si accanisce su quel Bambinello: non solo è a immagine di Dio, è Dio stesso. A voi che siete comunista… vi dovrebbero fischiare le orecchie…».

Sorride felice della provocazione crassa e anche per sdrammatizzare.
«Presidente, non sono comunista, sono solo di sinistra».

«È la stessa cosa… un giorno capirete!».

Il Mastino

domenica 9 ottobre 2016

Il suicidio della razza umana


Padre Pellegrino un giorno disse al nostro Santo: «Padre, lei stamattina ha negato l’assoluzione per procurato aborto ad una signora. Perché è stato tanto rigoroso con quella povera disgraziata?».

Rispose Padre Pio: «Il giorno in cui gli uomini, spaventati dal, come si dice, boom economico, dai danni fisici o dai sacrifici, perderanno l’orrore dell’aborto, sarà un giorno terribile per l’umanità. Perché è proprio quello il giorno in cui dovrebbero dimostrare di averne orrore». Poi, afferrato con la mano destra l’interlocutore con il saio, gli calcò la sinistra sul petto, come se volesse impadronirsi del suo cuore, e riprese con un fare molto perentorio: «L’aborto non è soltanto omicidio, ma pure suicidio. E con coloro che vediamo sull’orlo di commettere con un solo colpo l’uno e l’altro delitto, vogliamo avere il coraggio di mostrare la nostra fede? Vogliamo recuperarli sì o no?!».

«Perché suicidio?» domandò Padre Pellegrino.

Assalito da una di quelle, non insolite furie divine, compensate da uno sconfinato entroterra di dolcezza e di bontà, Padre Pio rispose: «Capiresti questo suicidio della razza umana, se, con l’occhio della ragione vedessi ‘la bellezza e la gioia’ della terra popolata di vecchi e spopolata di bambini: bruciata come un deserto. Se riflettessi allora sì che capiresti la duplice gravità dell’aborto: con l’aborto si mutila sempre anche la vita dei genitori.

Questi genitori vorrei cospargerli con la cenere dei loro feti distrutti, per inchiodarli alle loro responsabilità e per negare ad essi la possibilità di appello alla propria ignoranza. I resti di un procurato aborto non vanno seppelliti con falsi riguardi e falsa pietà. Sarebbe un’abominevole ipocrisia. Quelle ceneri vanno sbattute sulle facce di bronzo dei loro genitori assassini.

A lasciarli in buona fede mi sentirei coinvolto nei loro stessi delitti.
Vedi, io non sono un santo, eppure non mi sento mai così vicino alla santità, come quando dico parole forse un po’ forti ma giuste e necessarie a quelli che commettono questo crimine. E sono sicuro di avere ottenuto l’approvazione di Dio per il mio rigore, proprio perché da Lui, dopo queste dolorose lotte contro il male, ottengo sempre, anzi mi sento imporre qualche quarto d’ora di meravigliosa calma».

Obiettando Padre Pellegrino che, “se non riesci ad estirpare le fissazioni ossessive dalla mente dei procuratori di aborti, è inutile maltrattarli con i rigori della Chiesa”, il Padre disse: «Il mio rigore, in quanto difende il sopraggiungere dei bambini del mondo, è sempre un atto di fede e di speranza nei nostri incontri con Dio sulla terra. Purtroppo con il passare del tempo la battaglia diventa superiore alle nostre forze, ma deve essere combattuta ugualmente, perché dalla certezza della sconfitta sulla carta, la nostra battaglia attinge la garanzia della vera vittoria: quella della nuova terra e dei nuovi cieli».

lunedì 3 ottobre 2016

La stessa ambiguità di Pietro


«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”».

La risposta di Gesù è sorprendente. 
Pietro voleva orientare Gesù prendendo l’iniziativa. 
Gesù reagisce: “Lungi da me Satana. Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” 
Pietro deve seguire Gesù, e non il contrario. È Gesù che dà la direzione.
Satana è colui che devia la persona dal cammino tracciato da Gesù. 

Di nuovo, appare l’espressione pietra, ma ora in senso opposto. 
Pietro, ora è la pietra di appoggio, ora è la pietra di inciampo! 
Così erano le comunità all’epoca di Matteo, marcate dall’ambiguità. 

Così, siamo tutti noi e così è, secondo quanto detto da Giovanni Paolo II, il papato stesso, marcato dalla stessa ambiguità di Pietro: pietra di appoggio nella fede e pietra di inciampo nella fede.

ocarm.org/it

lunedì 26 settembre 2016

Un tesoro inviolabile


Così è, Figli carissimi; e così affermando, la nostra dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia. 

Il modernismo rappresentò l’espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d’attualità. Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa cattolica, ieri ed oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l’insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi (1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14) costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. 

La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act. 4, 20).

Paolo VI Udienza generale del 19 febbraio 1972

lunedì 19 settembre 2016

Il più miserevole tra tutti gli stupidi


«Il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. 

Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te».

Chesterton, Il poeta e i pazzi. (Traduzione di A. Teggi)

martedì 13 settembre 2016

Il Regno della Virtù


«Troppo ovvio, al limite del banale. Non c’è da perdere tempo a fare considerazioni (pur sacrosante) sulle maestre di Como che hanno censurato il nome “Gesù” dalle canzoncine di Natale e lo hanno sostituito con “virtù”. […] Nel loro candore non se ne sono, ovviamente, rese conto, ma hanno obbedito così a una costante mai smentita: alla diminuzione della fede corrisponde sempre un aumento dell’interesse per la morale, sino al moralismo sfrenato (e pericoloso, oppressivo, spesso sanguinario) quando quella fede è del tutto svanita. Il culto del Dio di Cristo è sostituito dal culto, appunto, della Virtù. Termine cui, non a caso, hanno pensato subito, istintivamente, le sprovvedute insegnanti.
Giuliano l’Apostata tenta di contrastare la fede nel Nazareno con un deciso “riarmo morale” dell’Impero, cercando di ritrovare e rilanciare le Virtù della cultura pagana. 

Allo stesso istinto obbedisce il secondo, grande tentativo di scristianizzazione, quello della Rivoluzione Francese. Il programma di Robespierre si propone di realizzare le Royaume de la Vertù, il Regno della Virtù. Egli stesso vive come un’asceta, senza neppure una casa propria, affittando una stanza presso un falegname. E lì, virtuosissimo, senza bere alcolici, senza frequentare donne, senza giocare, mangiando poche e povere cose, persino usando un linguaggio castigatissimo, pensa a come completare le liste di coloro che, ogni giorno, devono essere condannati a morte. Non a caso era chiamato “l’Incorruttibile”: nessuno più morale di lui. 

È ossessiva, comunque, la predicazione di tutti i rivoluzionari francesi di ogni obbedienza, perché il popolo sia “virtuoso”. Il principale atto di accusa sulla cui base Danton fu inviato sulla ghigliottina fu l’avere detto, spazientito da tutti quei discorsi edificanti, che la sola “virtù” che conoscesse era quella che esercitava tra le sue lenzuola, ogni notte, con qualche popolana. Scandalo intollerabile tra quei farisei dei suoi colleghi e ottimo pretesto per mandarlo a morte.

Nulla di più moralista, poi, di quelle atee ideologie sorelle che sono marxismo e nazionalsocialismo. E la società secolarizzata di oggi non è forse quella in cui, dai politici, ai medici, ai media, non si fa altro che tentare di inculcare nella gente, ancora una volta, la Virtù? 

Non drogarsi, non fumare, mangiare poco, astenersi dagli zuccheri, dieta il più possibile vegetariana, esercizio fisico, niente cibi con colesterolo, non fare all’amore senza preservativo, guai a chi supera il peso forma, punizioni per chi non mette la cintura di sicurezza, tolleranza zero per chi infrange il codice stradale, inviti a praticare la solidarietà, campagne per il volontariato, sottoscrizioni buoniste alla tv, eventi sportivi benefici, auspici continui di pace universale, manette a chi non rispetti gli usi verbali “virtuosi” e parli male di chiunque non sia bianco, occidentale, “ariano”...
Sbaglia di grosso chi crede che la nostra società, staccatasi dalla fede, sia divenuta permissiva, addirittura libertina: lo è, ma solo nei fatti, non certo nelle parole e nelle intenzioni dichiarate. 

Razzola molto male ma predica bene, anzi benissimo: è lo Stato stesso che finanzia campagne per indurci a quelle belle virtù che dicevamo e le televisioni alternano donne nude ad austeri moralisti, spesso in camice bianco da primario ospedaliero o in doppiopetto da sociologo, che ci esortano all’etica più ardua. 

Nelle edicole, le riviste porno si alternano a periodici che ci danno consigli di vita da mettere in difficoltà un asceta della Tebaide. E il Ministro non si chiama più della Sanità, che è cosa tecnica, riguarda l’organizzazione e la burocrazia medica. No, pretende di chiamarsi “Ministro della Salute”: il governo, dunque, entra nella nostra vita privata e, con le buone e con le cattive, vuoi farci rigare dritto per seguire la nuova, esigentissima Etica di Stato».

(Vittorio Messori. Il Timone – Gennaio 2005)

martedì 6 settembre 2016

Una strampalata ipotesi


«Vi è una strampalata ipotesi che oggi si va consolidando nella mente di molti e che non ha nulla a che vedere con il concetto filosofico del pacifismo… 

É l’idea che la mancanza di lotta in quanto tale impedirebbe ad altri di combattere o di impadronirsi, senza colpo ferire, di quanto essi volessero». [Gli uomini] «sembrano essersi messi in capo la strana idea che in tutte le circostanze immaginabili potrebbero conservare tutte le proprie cose esclusivamente e unicamente rifiutando di difenderle. 

Sembra persino che sarebbero capaci di metter fine… a tutto il regno della violenza e dell’orgoglio semplicemente non facendo nulla. 

Ma sarà bene per tutti se tutti abbandoneranno tale illusione».

Gilbert Keith Chesterton, 1936.

giovedì 1 settembre 2016

La torre dorata della coerenza personale


«Insomma, la difesa e la promozione dei principi non negoziabili esige una militanza. Ora, nella mente di tanti cristiani, questo concerto non c’è più. 

Si pensa, per esempio, che sia più giusto, opportuno e anche più cristiano, presentare la bellezza della fede cristiana piuttosto che prendere di petto le cose sbagliate. Si pensa che la fede, in questo modo, venga percepita come una opposizione, una negazione, un dire dei no a questo e a quello, più che un annuncio. 

Molti pensano che una coppia di genitori cristiani dovrebbe testimoniare la bellezza di esserlo, più che scendere in piazza per impedire agli altri di non esserlo.

A mio avviso, questo richiamo alla positività dell’annuncio è vero e importante. Prima viene l’annuncio e poi la denuncia. Il positivo ha sempre il primato. 

Però è impossibile annunciare il bene senza anche contrastare il male. Senza questa componente, la testimonianza della positività diventa alibi al disimpegno. 

I principi non negoziabili, poi, sono radicali, ossia la loro negazione riguarda punti essenziali della persona e della vita in società, con danni drammatici e irreparabili se non viene contrastata. Non si può, perché concentrati a testimoniare nella nostra vita il positivo, non vedere che ci sono antropologie in conflitto e alcune di queste sono disumane. Non ci si può chiudere nella torre dorata della nostra coerenza personale o familiare e lasciare che la società vada alla deriva».

(Mons. Giampaolo Crepaldi “A compromesso alcuno” Cantagalli 2015)

giovedì 30 giugno 2016

Non è un sovrano assoluto


La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo.

(Papa Benedetto XVI – Basilica di San Giovanni in Laterano, 7 maggio 2005)

giovedì 23 giugno 2016

Non si sopravvive alla perdita dei confini


Occorrerebbe riuscire a riflettere senza anatemi reciproci, cosa impossibile da sempre e ora di più, sull’assoluta insensatezza del discorso relativo all’abbattimento delle frontiere e cose così.

A suo tempo fu considerato un capolavoro il libro della Sontag, “La malattia come metafora”. Si fermava a certi aspetti. Ma rimanendo nella metafora, credo con qualche argomento legittimo, non c’è dubbio che le malattie sociali attuali sono quelle che rompono le membrane che garantiscono la differenziazione degli organi e quindi il loro corretto funzionamento.

Se viene meno la differenziazione e quindi vengono meno i confini tra un tessuto e l’altro dei mille che costituiscono gli organismi viventi l’organismo stesso precipita nel caos e nell’indifferenziato, si sperde e si consuma fallendo il suo scopo vitale che è la sopravvivenza. Estendere la metafora agli organismi storici e sociali non è un’ipotesi così peregrina. Anche delimitando fortemente la portata euristica complessiva del suo uso, ma le società sono anche organismi a loro modo viventi come lo sono i singoli organismi.

Mi viene da pensare che l’attuale moda, insensata, di chiedere l’abbattimento delle membrane, abbia un corrispettivo psicologico in una certa diffusa pretesa a evitare il confronto tra le differenze.

Devo garantire gli scambi, i traffici, i percorsi (un po’ il discorso che a suo tempo faceva Michel Serres), i transiti, Hermes, non annullare le mappe, cancellare i segnavia, i cippi e la segnaletica dei passaggi che la storia ha riversato sulla crosta terrestre come portato essenziale del processo di ominizzazione.

Anche se molti di questi segni indicano lo scontro, il sedimento doloroso della guerra e dei suoi lutti tremendi, un mondo in cui tutto questo fosse cancellato non restituirebbe giustizia alcuna ai morti che, non dimentichiamo, sono la maggioranza dell’umanità.

Ho avuto il cancro che è esattamente una malattia dell’interruzione degli scambi tra tessuti e all’interno dei tessuti. Il cancro è l’indifferenziato cellulare, è la caduta nella perdita delle barriere, della differenziazione. Non si sopravvive alla perdita dei confini. Devo avere rapporti con ciò che mi è esterno, che è esterno al tessuto, lo devo replicare correttamente, ma lo scambio non avviene nell’indifferenziato ma solo nella differenza e nel riconoscimento dei limiti. Tutto il contrario della predica domenicale dei nuovi sacerdoti.

Riccardo De Benedetti - 8 maggio 2016

sabato 18 giugno 2016

Non perché siano sempre amabili


Siamo anche tra coloro convinti che, tra l’altro, alle porte della Chiesa – che non è un partito politico, un club culturale, un’agenzia sociale, un sindacato, un gruppo di “umanisti buonisti” – si bussa per credere, pregare, sperare in un Futuro senza tramonto, ben più che per discutere senza fine di problemi di sagrestia; o per impegnarsi in “filantropie” ben lontane (malgrado le apparenze) dal concetto cristiano di “carità”.

La quale (la Carità) è, poi, lo sforzo di amare gli uomini non perché siano sempre amabili, come finge di credere l’irrealismo illuministico, ma per amore del Dio di Cristo.

(Vittorio Messori, “Il Miracolo” Ancora, 1998. Pag. 5)

sabato 11 giugno 2016

Simili al ragno


Ci sono persone simili al ragno, che trasforma in veleno le cose migliori.

Un poveretto, una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è simile a un chicco di grano, sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente distrutto.
Questa gente, vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avveleneranno ogni vostra azione e ogni vostro movimento.

Se siete persone pie, che vogliono adempiere fedelmente i doveri della vostra religione, per loro siete solo degli ipocriti, che vi comportate come un dio, quando state in Chiesa, e come diavoli, quando siete in casa vostra.

Se compite opere buone, essi penseranno che lo fate per orgoglio, per farvi vedere.

Se fuggite le abitudini del mondo, per essi siete persone strane, malati di testa; se avete cura dei vostri beni, per essi siete soltanto avari.

Diciamolo francamente, fratelli miei, la lingua del maldicente è come un verme che intacca i buoni frutti, cioè le migliori azioni di questo mondo, e cerca di trasformarli in roba da buttar via.

La lingua del maldicente è come un bruco che insudicia i fiori più belli, deponendo in essi la traccia disgustosa della sua schiuma.

(Dalle omelie del Santo Curato D'Ars)

domenica 5 giugno 2016

L’autorità e l’autoritarismo


Se diciamo di un uomo che «ha autorità», questo giudizio è un elogio. Ma se diciamo: «è autoritario» esprimiamo piuttosto una critica.

Dove sta dunque la differenza tra autorità e autoritarismo?

L’autorità di un uomo si misura dalla sua capacità di comando, cioè dalla fiducia che ispira al suo prossimo e che lo inclina a obbedire senza discutere. Nel celebre dramma «Re Lear», Shakespeare ci mostra il vecchio re spodestato che vaga nella foresta. Un gentiluomo, passando per di là, lo incontra e gli dice: «Non vi conosco, ma sento qualcosa in voi che induce ad obbedirvi. – E cosa è dunque? domanda il re. – L’autorità».

Autorità viene dalla parola latina augere, che significa: aumentare, far crescere. Là si trova il senso e lo scopo dell’autorità. Sentiamo, davanti a colui che la possiede, che obbedendo ai suoi ordini non saremo ingannati, né vessati o frustrati, ma che ci realizzeremo, che la nostra personalità si svilupperà attraverso la disciplina imposta. In altri termini, sentiamo che il capo non comanda in nome proprio, ma obbedisce a una legge superiore che è quella del bene comune di cui egli è rappresentante e intermediario. Così il buon padre di famiglia esercita l’autorità nell’interesse dei figli, il buon padrone in quello di tutti i membri dell’impresa e l’uomo politico degno di questo nome nel nome della nazione intera. In questo senso il capo è il servitore di tutti.

L’uomo autoritario, al contrario, è colui che comanda senza tener conto delle esigenze del bene comune e per il solo piacere di esercitare la propria potenza. I suoi ordini sono arbitrari, capricciosi e, in questa stessa misura, vessatori per coloro che li ricevono. Contrariamente all’etimologia della parola, l’obbedienza a simili ordini degrada l’esecutore in luogo di elevarlo. Ciò genera, a seconda del carattere del subordinato, il servilismo o il ribellismo.

È importante notare che questo autoritarismo è quasi sempre tipico di coloro che hanno la passione del potere senza aver ricevuto il dono naturale dell’autorità. Non possedendo le qualità interiori del vero capo, costoro cercano di colmare questa lacuna moltiplicando ed esagerando le manifestazioni esteriori dell’autorità.

Il vero capo è rispettato perché la sua autorità si impone per virtù propria ed è amato perché sappiamo che la esercita per il bene di tutti.

Il capo autoritario, al contrario, è temuto perché i suoi ordini, ispirati dall’egoismo e dalla vanità e non dalla chiara visione dello scopo da conseguire, sono incoerenti e imprevedibili e, perciò, quasi impossibili da eseguire, fatto che scoraggia l’obbedienza e presto o tardi porta al disprezzo dell’autorità.

L’esempio migliore di una tale contraddizione interna ci viene fornito da quella strana commistione di disciplina rigorosa e di negligenza nell’esecuzione che troppo spesso troviamo nell’organizzazione militare. – «Non ci affrettiamo» mi diceva un vecchio sergente, in attesa del contrordine ogni qual volta riceveva l’ordine di un superiore. L’autorità sana si esercita alla maniera di un dialogo tra due libertà unite in vista di uno scopo comune: quella dell’uomo che comanda e quella dell’uomo che obbedisce. Ma l’autoritarismo, nel deturpare questo rapporto umano, non può creare che dei tiranni che tradiscono il potere di cui abusano e degli schiavi che barano col potere che subiscono.

Gustave Thibon. L’autorité et l’autoritarisme, 29 marzo 1974.

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domenica 29 maggio 2016

L’ego si afferma sovrano


Il matrimonio fondato esclusivamente sulla passione sessuale dura unicamente quanto la passione animale. Entro un paio d’anni l’attrazione animale verso l’altra persona può morire, e quando ciò avviene, la legge corre in suo soccorso giustificando il divorzio con termini privi di senso come «incompatibilità» o «crudeltà mentale». Gli animali non ricorrono mai ai tribunali, perché non hanno la volontà di amare; ma l’uomo, essendo provvisto di ragione, sente il bisogno, quando ha torto, di giustificare l’irrazionalità della sua condotta.

In una civiltà decadente, due sono le ragioni della supremazia del sesso sull’amore.
Una è il declino della ragione. Gli umani, quando rinunziano alla ragione, ricorrono all’immaginazione. Ecco perché il cinematografo e i periodici illustrati godono di una così grande popolarità. Col venir meno della ragionevolezza, i desideri, non più frenati, si manifestano. Poiché di tutti i desideri quelli fisici ed erotici sono i più facili a stabilirsi in noi, in quanto non richiedono alcuno sforzo e sono potentemente aiutati dalle passioni del corpo, il sesso comincia ad assumere la massima importanza. Non è già per un semplice accidente storico che un’era antintellettualistica e irrazionale come la nostra è anche un’era di licenza carnale.

La seconda ragione è l’egoismo. Quanto più si nega la fede nel Giudizio Divino, in una vita futura, nel paradiso e nell’inferno, nonché in un ordine morale, tanto più saldamente l’ego si afferma sovrano come la fonte della propria moralità. Ogni persona si erge a giudice di se stessa. Aumentando questo egoismo, le pretese di autosoddisfazione diventano sempre più imperiose, e gli interessi della comunità e i diritti altrui suscitano sempre minore rispetto. Il peccato è sempre egocentrico, mentre l’amore è altruismo e parentela. Il peccato è l’infedeltà dell’uomo secondo l’immagine di ciò che egli dovrebbe essere nella sua eterna vocazione di figlio adottivo di Dio: l’immagine che Dio vede in Se stesso quando contempla il Suo Verbo.

Fulton Sheen

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lunedì 23 maggio 2016

Una ferma identità


«(…) il Vaticano II non voleva di certo “cambiare” la fede, ma ripresentarla in modo efficace. Voglio dire inoltre che il dialogo con il mondo è possibile solo sulla base di una identità chiara: che ci si può, ci si deve “aprire”, ma solo quando si è acquisita la propria identità e si ha quindi qualcosa da dire. L’identità ferma è condizione dell’apertura.
Così intendevano i Papi e i Padri conciliari, alcuni dei quali certamente indulsero a un ottimismo che noi, a partire dalla nostra prospettiva attuale, giudicheremmo come poco critico e poco realistico. Ma se hanno pensato di potersi aprire con fiducia a quanto c’è di positivo nel mondo moderno, è proprio perché erano sicuri della loro identità, della loro fede.

Mentre da parte di molti cattolici c’è stato in questi anni uno spalancarsi senza filtri e freni al mondo, cioè alla mentalità moderna dominante, mettendo nello stesso tempo in discussione le basi stesse del depositum fidei che per molti non erano più chiare. Il Vaticano II aveva ragione di auspicare una revisione dei rapporti tra Chiesa e mondo. Ci sono infatti dei valori che, anche se nati fuori della Chiesa, possono trovare il loro posto - purché vagliati e corretti - nella sua visione.

In questi anni si è adempiuto a questo compito. Ma mostrerebbe di non conoscere né la Chiesa né il mondo chi pensasse che queste due realtà possono incontrarsi senza conflitto o addirittura identificarsi.»

(Rapporto sulla fede – Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger – San Paolo, 1984. Capitolo 2)

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mercoledì 18 maggio 2016

Non vanno posti in questione


«Oggi ci occorrono nuove strategie per preservare la nostra identità in un mondo che cambia rapidamente, un mondo che è diventato più aperto, trasparente ed interdipendente. Questo fatto sfida praticamente tutti i popoli e i paesi in un modo o nell’altro, russi, europei, cinesi ed americani – le società di tutti i paesi, di fatto. (...)
Una grave sfida all’identità della Russia è legata ad eventi che hanno luogo nel mondo. Sono aspetti insieme di politica estera, e morali. Possiamo vedere come i Paesi euro-atlantici stanno ripudiando le loro radici, persino le radici cristiane che costituiscono la base della civiltà occidentale. Essi rinnegano i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionali, culturali, religiose e financo sessuali. Stanno applicando direttive che parificano le famiglie a convivenze di partners dello stesso sesso, la fede in Dio con la credenza in Satana.

La “political correctness” ha raggiunto tali eccessi, che ci sono persone che discutono seriamente di registrare partiti politici che promuovono la pedofilia. In molti Paesi europei la gente ha ritegno o ha paura di manifestare la sua religione. Le festività sono abolite o chiamate con altri nomi; la loro essenza (religiosa) viene nascosta, così come il loro fondamento morale. Sono convinto che questo apre una strada diretta verso il degrado e il regresso, che sbocca in una profondissima crisi demografica e morale.

E cos’altro se non la perdita della capacità di auto-riprodursi testimonia più drammaticamente della crisi morale di una società umana? 

Oggi la massima parte delle nazioni sviluppate non sono più capaci di perpetuarsi, nemmeno con l’aiuto delle immigrazioni. Senza i valori incorporati nel Cristianesimo e nelle altre religioni storiche, senza gli standard di moralità che hanno preso forma dai millenni, le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Ebbene: noi riteniamo naturale e giusto difendere questi valori. Si devono rispettare i diritti di ogni minoranza di essere differente, ma i diritti della maggioranza non vanno posti in questione.

Simultaneamente, vediamo sforzi di far rivivere in qualche modo un modello standardizzato di mondo unipolare e offuscare le istituzioni di diritto internazionale e di sovranità nazionale. Questo mondo unipolare e standardizzato non richiede Stati sovrani; richiede vassalli. Ciò equivale sul piano storico al rinnegamento della propria identità, della diversità del mondo voluta da Dio»...

Vladimir Putin, 19 settembre 2013 – Valdai International Discussion Club

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mercoledì 11 maggio 2016

I compromessi con un tal nemico


«[…] Imparai tempestivamente a conoscere quale nemico della Chiesa si parava davanti a noi e quante cose terribili ci aspettavano. “Ogni concetto di Dio è una viltà innominabile, un esecrabile autoinsulto”, aveva scritto Lenin a Gorki, affermando chiaramente che i comunisti si proponevano come programma di diffondere l’ateismo.

Come essi combattono l’individuo e la proprietà privata, così cercano di trasformare nel senso da loro voluto la famiglia e il matrimonio, eliminando l’opposizione, anche se il modo di perseguitare i cristiani di Stalin è un po’ diverso da quello di Nerone, di Giuliano l’apostata e delle rivoluzioni.

Uno degli slogan comunisti suona infatti così: “Noi non togliamo le chiese al popolo ma il popolo alle chiese”. Questi studi storici mi avevano insegnato a tempo che i compromessi con un tal nemico avevano giovato quasi sempre a lui».

Card. Josef Mindzenty, Memorie, p. 35.

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venerdì 6 maggio 2016

Sì, sono homo


La parola “omosessuale” è stata inventata nel XIX secolo. Per gli antichi greci la pederastia era il contrario della sessualità, era vista come un modo per sfuggire alla sessualità e al corpo animale.

Nel XVIII secolo Casanova utilizza il termine antifisico, termine abbastanza giusto perché è un modo per andare contro la natura sessuale (senza alcun giudizio).
Quando si comincia ad usare la parola “omosessuale” s’inventa qualcosa, ma si inventa una seconda cosa che è peggiore: “eterosessuale”. Se mi chiedono se sono “homo” dico di sì (ecce homo) ma se mi chiedono se sono eterosessuale, dico: no, sono sessuale.

L’eterossesualità è interamente dominata dal paradigma tecno-economico, perché si pensa che l’essenziale sia di stare con una donna (per un uomo), ma non si pensa in quale modo un uomo debba stare con una donna e viceversa.

Potrebbe essere in modo completamente consumistico; sono eterosessuale, consumo donne, funziona. Con questo termine si perde l’essenza stessa della sessualità.

Fabrice Hadjadj 26 ottobre Milano, parlando del suo libro “Ma cos’è una famiglia?”

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venerdì 29 aprile 2016

La mano di Dio a cui aggrapparsi


Tutto ciò che ha inizio sulla terra prima o poi finisce, come l’erba del campo, che spunta al mattino e avvizzisce la sera. Però nel Battesimo il piccolo essere umano riceve una vita nuova, la vita della grazia, che lo rende capace di entrare in relazione personale con il Creatore, e questo per sempre, per tutta l’eternità.

Sfortunatamente l’uomo è capace di spegnere questa nuova vita con il suo peccato, riducendosi ad una situazione che la Sacra Scrittura chiama “morte seconda”. Mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine dell’esistenza sulla terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la sua mano.

Ecco [...] il mistero del Battesimo: Dio ha voluto salvarci andando lui stesso fino in fondo all’abisso della morte, perché ogni uomo, anche chi è caduto tanto in basso da non vedere più il cielo, possa trovare la mano di Dio a cui aggrapparsi e risalire dalle tenebre a rivedere la luce per la quale egli è fatto.

Tutti sentiamo, tutti percepiamo interiormente che la nostra esistenza è un desiderio di vita che invoca una pienezza, una salvezza. Questa pienezza di vita ci viene data nel Battesimo.

[…] Il Figlio di Dio, che condivide dall’eternità con il Padre e con lo Spirito Santo la pienezza della vita, è stato “immerso” nella nostra realtà di peccatori, per renderci partecipi della sua stessa vita: si è incarnato, è nato come noi, è cresciuto come noi e, giunto all’età adulta, ha manifestato la sua missione iniziando proprio con il “battesimo di conversione” dato da Giovanni il Battista.

Il suo primo atto pubblico, come abbiamo ascoltato poco fa, è stato scendere al Giordano, confuso tra i peccatori penitenti, per ricevere quel battesimo. Giovanni naturalmente non voleva, ma Gesù insistette, perché quella era la volontà del Padre (cfr Mt 3,13-15).

Perché dunque il Padre ha voluto questo?

Perché ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo come Agnello a prendere su di sé il peccato del mondo (cfr Gv 1,29)?

Narra l’evangelista che, quando Gesù uscì dall’acqua, scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza di colomba, mentre la voce del Padre dal cielo lo proclamava “Figlio prediletto” (Mt 3,17). Fin da quel momento dunque Gesù fu rivelato come Colui che è venuto a battezzare l’umanità nello Spirito Santo: è venuto a portare agli uomini la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10), la vita eterna, che risuscita l’essere umano e lo guarisce interamente, corpo e spirito, restituendolo al progetto originario per il quale è stato creato.

Il fine dell’esistenza di Cristo è stato appunto donare all’umanità la vita di Dio, il suo Spirito d’amore, perché ogni uomo possa attingere da questa sorgente inesauribile di salvezza. Ecco perché san Paolo scrive ai Romani che noi siamo stati battezzati nella morte di Cristo per avere la sua stessa vita di risorto (cfr Rm 6,3-4). Ecco perché i genitori cristiani, come quest’oggi voi, portano appena possibile i loro figli al fonte battesimale, sapendo che la vita, che essi hanno loro comunicato, invoca una pienezza, una salvezza che solo Dio può dare. E in questo modo i genitori diventano collaboratori di Dio nel trasmettere ai loro figli non solo la vita fisica ma anche quella spirituale.

Benedetto XVI, 13 gennaio 2008

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sabato 23 aprile 2016

Le sette monete


Un contadino derideva un suo vicino, perché questi, invece di lavorare di domenica, assisteva alla Messa e alle funzioni festive.

- Supponi - gli disse il vicino, - che io abbia sette monete in tasca; e che, incontrando un uomo sulla strada, gliene regali sei? Che diresti?

- Ti troverei generoso. L'uomo da te beneficato ti dovrebbe essere assai riconoscente.

- Benissimo. Ma, se, invece di essermene grato, mi gettasse a terra, per rubarmi anche l'altra moneta che volevo tenermi, che diresti?

- Che bisognerebbe impiccarlo!

- Amico mio, questa la tua storia. Iddio ti ha dato sei giorni alla settimana per lavorare, riservandosi il settimo, e comandandoci di santificarlo. Tu invece di essergli riconoscente, gli rubi anche il settimo giorno... Non fai anche tu come quell'ingrato?

(Luigi Veuillot)

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sabato 16 aprile 2016

Polvere e sudore


“Durante il Medioevo un pellegrino aveva fatto voto di raggiungere un lontano santuario, come si usava ai suoi tempi. Dopo alcuni giorni di cammino, si trovò a passare per una stradina che si inerpicava per il fianco desolato di una collina brulla e bruciata dal sole. Sul sentiero spalancavano la bocca grigia tante cave di pietra. Qua e là degli uomini, seduti per terra, scalpellavano grossi frammenti di roccia per ricavare degli squadrati blocchi di pietra da costruzione.

Il pellegrino si avvicinò al primo degli uomini. Lo guardò con compassione. Polvere e sudore lo rendevano irriconoscibile, negli occhi feriti dalla polvere di pietra si leggeva una fatica terribile. Il suo braccio sembrava una cosa unica con il pesante martello che continuava a sollevare e ad abbattere ritmicamente.

“Che cosa fai?”, chiese il pellegrino.
“Non lo vedi?” rispose l’uomo, sgarbato, senza neanche sollevare il capo. “Mi sto ammazzando di fatica”.

Il pellegrino non disse nulla e riprese il cammino. S’imbatté presto in un secondo spaccapietre. Era altrettanto stanco, ferito, impolverato.

“Che cosa fai?”, chiese anche a lui il pellegrino.
“Non lo vedi? Lavoro da mattina a sera per mantenere mia moglie ed i miei bambini”, rispose l’uomo.

In silenzio il pellegrino riprese a camminare. Giunse quasi in cima alla collina. Là c’era un terzo spaccapietre. Era mortalmente affaticato, come gli altri. Aveva anche lui una crosta di sudore e di polvere sul volto, ma gli occhi feriti dalle schegge di pietre avevano una strana serenità.

“Che cosa fai?”, chiese il pellegrino.
“Non lo vedi?” rispose l’uomo, sorridendo con fierezza. “Sto costruendo una cattedrale”.

E con il braccio indicò la valle dove si stava innalzando una grande costruzione ricca di colonne, di archi e di ardite guglie di pietra grigia, puntate verso il cielo.

(Charles Péguy)

domenica 10 aprile 2016

Nella interezza della verità


Fino a quale grado la Chiesa deve uniformarsi alle circostanze storiche e locali in cui svolge la sua missione?
Come deve premunirsi dal pericolo d'un relativismo che intacchi la sua fedeltà dogmatica e morale?
Ma come insieme farsi idonea a tutti avvicinare per tutti salvare, secondo l'esempio dell'Apostolo: Mi son fatto tutto a tutti, perché tutti io salvi?


***
Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi.

Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo.
Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri.
Il clima del dialogo è l'amicizia. Anzi il servizio.
Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l'esempio e il precetto che Cristo ci lasciò.

Ma il pericolo rimane.

L'arte dell'apostolato è rischiosa.

La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità.
Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all'impegno verso la nostra fede.
L'apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana.

L'irenismo e il sincretismo sono in fondo forme di scetticismo rispetto alla forza e al contenuto della Parola di Dio, che vogliamo predicare.
Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo.
E solo chi vive in pienezza la vocazione cristiana può essere immunizzato dal contagio di errori con cui viene a contatto.

Beato Paolo VI, Lettera Enciclica Ecclesiam Suam, 6 agosto 1964.