lunedì 28 dicembre 2015

Lei mi sta giudicando


- Salve vorrei prenotare un'ora di tennis.
- Beh... è strano... lei è vestito da sciatore.
- Sì ma mi piace pensare di far parte di un tennis club.
- Per giocare dovrebbe avere la racchetta. Come fa a giocare a tennis con gli sci? Le consiglio di comprarne una.
- Io faccio quello che mi pare, mi faccia entrare.
- Non posso, questo è un club per tennisti e lei non è adatto a entrare in un campo da tennis. Me lo rovina con gli scarponi.
- Come si permette di dirmi quello che devo fare?
- Io le do' un consiglio per poter entrare a giocare. Lei può fare come crede ma vestito così per me non va bene.
- Lei mi sta giudicando. come si permette?
- Non sto giudicando. Le dico che per entrare deve lasciare gli scarponi a casa.
- Anche lei è uno sciatore, lo so per certo.
- Sì, a volte scio. Ma il tennis mi piace di più. Mi tolgo sci e scarponi, prendo la racchetta ed entro. Lei così non è adeguato al luogo.
- Ancora mi giudica!!!
- No, le sto spiegando. Lei è libero di fare come vuole.
- Fascista! Razzista! Sciofobo!

Di Simone Cigni. Dialogo dal libro: “Cristiani nel terzo millennio. La sfida impossibile”.
Edizioni Ceprovomaèinutiletantononcapiscono, 2014

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martedì 22 dicembre 2015

Una miserabile caricatura


Un Gesù che sia d'accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura.

Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell'ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico.

Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”.

Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l'intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c'è bisogno del dolore della croce per guarire l'uomo.

Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico.

La croce come espiazione, la come come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno.

Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell'essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato.

Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio.

Da Joseph Ratzinger, “Guardare a Cristo” pag. 76, Jaca Book 1986

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martedì 15 dicembre 2015

Un gruppo di addetti alle attività ittiche


Qualche anno fa, provai a riassumere il Vangelo nell’idioma imposto minacciosamente dal Ministero orwelliano per il Linguaggio Non Discriminante.

Vediamo: «In quel tempo, Gesù guarì un diversamente dotato, un altrimenti abile, alcuni non udenti e non vedenti, oltre ad affetti da difficoltà motorie. Poi impose le mani a un hanseniano e a un portatore di morbo Down e ad alcuni disadattati socio-mentali. Riportò alla salute infermi terminali e consolò diversi svantaggiati. A quella vista, un gruppo di addetti alle attività ittiche e di collaboratrici domestiche decise di unirsi a lui. Non mancavano, tra loro, anche operatori ecologici e paramedici. Tutti, rispettosi del diverso orientamento sessuale dell’altro e della diversa etnia. Insieme, privilegiarono le problematiche degli appartenenti all’area della emarginazione e del disagio sociale».

Il “politicamente corretto” (di cui questo è un piccolo saggio della lingua) è insidioso per i credenti – non caso anche cattolici in buona fede vi cascano – perché altro non è che un cristianesimo mutilato e stravolto, riletto da chi pensa di risolvere il male del mondo nascondendolo sotto l’eufemismo ipocrita.

Se il diavolo è “la scimmia di Dio”, lo è anche questa, che è oggi l’ideologia egemone. Ma il lavorio del Grande Fratello Corretto non si ferma mai. Ecco alcune new entries: per esorcizzare la vecchiaia, da molto tempo il “vecchio” era divenuto “anziano”, poi “senior”. Ora, vedo che, stando alle direttive del Ministero per la Non Discriminazione, di un novantenne si deve dire “di età importante”. E “di peso importante” deve sostituire il “grasso” o, peggio, “obeso”.

“Zingari”, si sa, è bandito. Si è provato con “rom”, ma i romeni hanno protestato. Dunque, si dica sempre e solo “migranti”. Ma proprio in questi giorni ho appreso l’ultimo eufemismo: soprattutto per treni ed aerei, strike, sciopero, è troppo forte, può essere offensivo per lavoratori e viaggiatori. Dunque, si dica sempre e solo: industrial action, “azione industriale”.

E chi crede che scherzi, guardi il tabellone delle partenze di stazioni ed aeroporti europei e americani in giorni di astensione dal lavoro. In questo modo, grande sollievo è previsto per chi voleva viaggiare e invece rimane a piedi.


Di Vittorio Messori. Il vangelo politicamente corretto – 4 gennaio 2011 – La Nuova Bussola Quotidiana

giovedì 10 dicembre 2015

La vendetta di Dio


«La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva.

Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto.

Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi.

Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo”».

(Card. Joseph Ratzinger - Missa pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005).

sabato 5 dicembre 2015

Le sole forze umane non bastano


«Ora, sotto il nome di comunismo, non s’intende più semplicemente un sistema economico, ma si vede la semplice negazione di tutto intero l’ordine spirituale, tutto riducendo al trionfo della materia. Alla stessa Provvidenza si sostituisce ora il materialismo storico. I diversi governi hanno fin qui creduto di poter opporre alla marea comunista una diga in grazia di tutto un sistema di leggi in favore del proletariato. L’intenzione può bensì essere degna d’encomio, ma il rimedio non è questo, perché non è questa la malattia di cui soffre oggi la società.

Oggi comunismo non significa più semplicemente un sistema economico, come ancora lo concepiscono parecchi credenti che tempo addietro vollero intitolarsi: Comunisti Cristiani. Oggi il Comunismo integrale è essenzialmente un sistema religioso, che vuole distruggere i valori dello spirito in grazie del più puro ed assoluto materialismo. Dio, Patria e Famiglia nel sistema Comunista integrale non hanno più senso alcuno. L’anima del mondo è il materialismo storico.

Per combattere questa speciale forma di occulto Satanismo, avversario non meno della Religione, che di tutte le Patrie, non c’è che Cristo. Egli solo può vincere Satana ed incatenarlo ai suoi piedi, come ce lo spiega Abacuc nel suo Cantico: (Deus) stetit et mensus est terram; ante faciem Eius ibit mors. Et egredietur diabolus ante pedes eius…

Le sole forze umane non bastano a trattenere l’avanzata travolgente del Comunismo. Forse, tra mezzo secolo apparirà ancora più evidente la natura essenzialmente religiosa della guerra che fin d’ora scuote il mondo: o Comunismo, o Cristo. Chi non vuole soccombere al materialismo assoluto, si schieri con Cristo vincitore».

Tratto dalla lettera pastorale del Cardinale Ildefonso Schuster, 10 febbraio 1945.

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sabato 28 novembre 2015

La vera divisione


“Da un po’ di tempo oramai la vera divisione nel cristianesimo non è più tra cattolici e protestanti. È tra i cristiani che credono nella religione rivelata e quelli che credono in una religione relativa.
 

La vera divisione è tra i progressisti che vogliono alterare la fede storica in base allo spirito del tempo e chi crede che lo spirito del tempo vada sfidato dalla verità eterna e immutabile del Vangelo cristiano.
 

Coloro che credono in una forma relativa, progressiva e modernista del cristianesimo disprezzano l’elemento miracoloso della religione e pensano che la Chiesa debba adattarsi completamente ai bisogni della società moderna”.
 

don Dwight Longenecker

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sabato 21 novembre 2015

Indurre alla virtù


«Come abbiamo già spiegato, la legge non è altro che il dettame della ragione in colui che comanda, e che governa dei sudditi.
Ora, la virtù di un suddito consiste nel ben sottostare a colui che lo governa: la virtù dell'irascibile e del concupiscibile, p. es., consiste precisamente nella loro sottomissione alla ragione.
Allo stesso modo, a detta del Filosofo, “La virtù di qualsiasi suddito sta nell'essere ben sottomesso al suo superiore”.

Ma qualsiasi legge è fatta per essere osservata da chi vi è soggetto.
Perciò è evidente che è compito peculiare della legge di indurre i sudditi alla virtù.
E poiché la virtù consiste “nel rendere buono chi la possiede”, ne segue che è un effetto diretto della legge render buoni, in senso assoluto, o relativo, coloro ai quali è imposta.
Infatti se il legislatore ha di mira il vero bene, cioè il bene comune regolato secondo la divina giustizia, gli uomini con le sue leggi diventano buoni in senso assoluto.

Se invece l'intenzione del legislatore non ha di mira il vero bene, ma il proprio bene, utile o dilettevole, contrario alla divina giustizia; allora la legge non rende gli uomini buoni in senso assoluto, ma buoni in senso relativo, cioè buoni per codesto regime.
E in codesto senso si trova il bene anche in qualità essenzialmente cattive: così si parla di un buon ladro, nel senso che sa agir bene per i suoi fini».

Tommaso d'Aquino, S. th. I-II, q.92, a. 1.

domenica 15 novembre 2015

Dio solo non può fallire


Sbaglia il prete all’altare e il contadino all’aratro.
Non c’è uomo che non erri, né cavallo che non sferri.
Anche la gente accorta erra, ma non così spesso come la sciocca.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco.
Sbagliando si impara.
Impara degli errori altrui, piuttosto che censurarli.
Con l’errore degli altri si conosce il proprio.
É sempre in procinto di errare chi non fugge l’occasione.
Chi confessa il proprio errore è sulla strada della verità.
Chi vuol scusare i propri errori, erra di nuovo.
Errare è umano, perseverare è diabolico.
Il semplice sbaglia per ignoranza, il furbo per malizia.
Errore non è frode.
L’errore, anche se cieco, genera spesso figli con la vista.
Non v’è errore così madornale che non trovi uditori e applausi.
Per il troppo sapere l’uomo sbaglia.
Per un punto Martin perse la cappa.
Tutta la strada non fallisce il saggio, che accortosi dell’errore a metà del cammino muta il suo viaggio.
Dio ci guardi da errore di savio.

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martedì 10 novembre 2015

Una democrazia di tipo superiore


«Si conduce una lotta per la vita e per la morte e non è possibile ritirarsi, se non vogliamo tradire Iddio. Anche il sanguinario comunismo sa bene che sarà distrutto sin nelle radici non appena se ne presenti l’occasione al popolo. Non vi è più forza al mondo che sia in grado di riabilitare il comunismo agli occhi delle masse, talmente si è reso, infatti, odioso con le sue sanguinose violenze, i saccheggi, le menzogne, gli imbrogli e atti inumani, che non trovano riscontro nella storia del mondo. Una vera e viva immagine dell’inferno!

Ho già detto varie volte: se l’inferno per tutta l’eternità non fosse nient’altro che ciò che stiamo sperimentando noi oggi, sarebbe una cosa orribile e insopportabile. Eppure vi sono ancora in Occidente degli uomini ingenui, che scherzano col fuoco e nella loro ingenuità credono nella possibilità di una coesistenza con il comunismo sanguinario. Non sanno che esso è la viva immagine dell’inferno, un vero “mendacjum incarnatum”.

Il nostro capo dello Stato in un’occasione ha definito il comunismo come una democrazia di tipo superiore. Io confermo ciò, ad una condizione però, che si inserisca una sillaba nella parola democrazia, in maniera che si possa leggere “de monocrazia”, giacché solamente il demonio, in quanto essere superiore, ha potuto inventare tante torture per l’infelice umanità, e non un normale cervello umano».

(A. Stepii’jac, Lettera del 3 ottobre 1956 ai padre Stjepan Sakac s.j., in Positio, cit., vol. III, p. 1257).

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martedì 3 novembre 2015

Un virus letale


«L’antiberlusconismo è un virus letale non solo perché fa sentire sano chi ne è afflitto, ma perché lo fa sentire più sano degli altri.

Eleva il malandato a censore, chi basa la morale sul conflitto a presunto depositario dell’etica della pace.

È ideologia dell’esclusione aprioristica, per cui non conti per ciò che vorresti, ma per chi non vuoi.

Rovescia Agostino e dice: odia, e fa quel che vuoi».

Giuliano Guzzo, 25 giugno 2013


mercoledì 28 ottobre 2015

Gli uomini sono tutti uguali


«Gli uomini sono tutti uguali per natura e diversi soltanto nei loro elementi accidentali. I diritti a loro derivanti dal semplice fatto di essere uomini sono uguali per tutti: diritto alla vita, all’onore, a condizioni di esistenza sufficienti, dunque, al lavoro e alla proprietà, alla costituzione d’una famiglia e soprattutto alla conoscenza e alla pratica della vera religione. E le disuguaglianze che attentano a questi diritti sono contrarie all’ordine della Provvidenza.

Però, entro questi limiti, le disuguaglianze derivanti da elementi accidentali come la virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione, e così via, sono giuste e conformi all’ordine dell’universo».


(Plinio Correa de Oliveira)

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mercoledì 21 ottobre 2015

Perché?


«Prendiamo per esempio la dottrina cattolica della carità. È da questa che nel Medioevo sorse, per sopravvivere sino ad oggi, tutto l’insieme delle assistenze sociali, quelle in favore dei poveri, le ospedaliere e tutte le altre. In una maniera o nell’altra esse continuano, benché fuori del corpo cattolico abbiano da un lato degenerato nel sentimentalismo e dall’altro in un turbine di stravaganze egualitarie.

Ma per quanto attualmente ancora presenti, queste deformazioni della verità cattolica non potranno sopravvivere perché non possono rispondere alla domanda: “Perché?”.

Perché dunque si dovrebbe usare la carità verso i vicini?

Perché ci si dovrebbe sobbarcare il peso sociale e personale di assistere i malati prestando loro particolari cure e risparmiando ogni possibile sofferenza anche ai più poveri?».


Hilaire Belloc, Sopravvivenze e sopravvenienze (Survivals and new arrivals), Edizioni di presenza, Roma, 1947, pag. 192

venerdì 16 ottobre 2015

Il punto di riferimento


L'idea che il sacerdote stia di fronte alla comunità risale senza dubbio a Martin Lutero. […] Prima di Lutero l'idea che il sacerdote quando celebra la messa stia di fronte alla comunità non si trova in nessun testo letterario, né è possibile utilizzare per suffragarla i risultati della ricerca archeologica. […].

Dal punto di vista cattolico, invero, carattere sacrificale e conviviale della messa non sono mai stati in contrasto. Cena e sacrificio sono due elementi della medesima celebrazione. Certo col mutare dei tempi non sempre essi sono stati espressi con pari forza […].

Se al giorno d'oggi si desidera dare un rilievo maggiore al carattere di convito della celebrazione eucaristica, va detto che nella celebrazione versus populum questo non è che appaia con la forza che spesso si crede e si vorrebbe. Infatti soltanto il “presidente” della cena sta effettivamente al tavolo, mentre tutti gli altri convitati siedono giù nella navata, nei posti destinati agli “spettatori”, senza poter avere alcun rapporto diretto col tavolo della Cena.

Il modo migliore per rivendicare il carattere sacrificale della messa è dato dall'atto di volgersi tutti insieme col sacerdote (verso oriente, vale a dire) nella medesima direzione durante la preghiera eucaristica, nel corso della quale viene offerto realmente il santo sacrificio. Il carattere conviviale potrebbe essere invece sottolineato maggiormente nel rito della comunione […].

Secondo la concezione cattolica la messa è ben di più di una comunità riunita per la cena in memoria di Gesù di Nazareth: ciò che è determinante non è realizzare l'esperienza comunitaria, sebbene anche questa non sia da trascurare (cfr. 1Cor 10,17), ma è invece il culto che la comunità rende a Dio.

Il punto di riferimento deve essere sempre Dio e non l'uomo, e per questa ragione fin dalle origini nella preghiera cristiana tutti si rivolgono verso di Lui, sacerdote e comunità non possono stare di fronte.

Da tutto ciò dobbiamo trarre le dovute conseguenze: la celebrazione versus populum va considerata per quello che in realtà è, una novità, una invenzione di Martin Lutero.


Mons. Klaus Gamber, “Instaurare omnia in Christo”, 2/1990

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venerdì 9 ottobre 2015

Vi ricorderà tutto


«La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande».

La trasmissione della fede, che brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa anche attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù.

Come è possibile questo? Come essere sicuri di attingere al “vero Gesù”, attraverso i secoli?

Se l’uomo fosse un individuo isolato, se volessimo partire soltanto dall’“io” individuale, che vuole trovare in sé la sicurezza della sua conoscenza, questa certezza sarebbe impossibile. Non posso vedere da me stesso quello che è accaduto in un’epoca così distante da me. Non è questo, tuttavia, l’unico modo in cui l’uomo conosce.

La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri.

La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere.

Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa. La Chiesa è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede.

San Giovanni ha insistito su quest’aspetto nel suo Vangelo, unendo assieme fede e memoria, e associando ambedue all’azione dello Spirito Santo che, come dice Gesù, «vi ricorderà tutto» (Gv 14,26). L’Amore che è lo Spirito, e che dimora nella Chiesa, mantiene uniti tra di loro tutti i tempi e ci rende contemporanei di Gesù, diventando così la guida del nostro camminare nella fede.


Francesco – Lumen Fidei 38.

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sabato 3 ottobre 2015

Un brutale egoismo investì la società tutta


«Colla rivoluzione francese, il materialismo e il liberalismo divennero la parola d’ordine del secolo. Il concetto dell’uomo integrale andò perduto, un brutale egoismo investì la società tutta. 

La gente non si sentì più unita e ognuno, brutalmente, prese ad approfittare di tutte le occasioni per sfruttare gli altri. Così ebbe inizio, dall’alto, la lotta di classe; soltanto in seguito si sviluppò la coscienza di classe negli operai sfruttati. L’operaio non si sentì più legato alla sua officina né al padrone, ma in quest’ultimo prese a vedere il nemico.

Questi fatti sono stati poi valorizzati dallo spirito giudaico e marxista che ha imposto le sue teorie a milioni di buoni e semplici operai, facendo loro credere che esse avrebbero portato benessere e pane. Venne poi la catastrofe della guerra mondiale. E, in seguito alla guerra, la disfatta. I marxisti approfittarono dell’occasione».


(Engelbert Dollfuss – 1892–1934)

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sabato 26 settembre 2015

Le spade di due visioni del mondo


«Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è disceso sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo”» (Ap 12,7-12)

La «guerra nel cielo», essendo uno scontro tra puri spiriti, non è combattuta con spade o lance e neppure con fucili, cannoni o missili. È una guerra ben più terribile e profonda: è per così dire una “battaglia ideologica” in cui si scontrano e incrociano le spade di due visioni del mondo e della vita che si riassumono in due “programmi”: “Chi come Dio?” (è il significato di mi-ca-El: Michele) e «Non servirò» (un'espressione che troviamo in Ger 2,20, in cui i Padri hanno visto riassunta l'intenzione profonda della ribellione angelica).

Da una parte gli angeli ribelli il cui programma è “non ci sto a pormi al servizio di chi è a me inferiore”; essi infatti posti di fronte al programma di Dio che prevede una creazione che culmina in un Uomo che ha caratteri divini, davanti al quale gli angeli dovranno piegarsi e offrire il loro servizio, dicono rabbiosamente di no: noi servire un essere a noi inferiore per natura? Non sia mai!

Dall'altra la fede e l'amore degli angeli fedeli a Dio, il cui programma si riassume in “chi siamo noi per giudicare il progetto di Dio? Esso va accettato, amato e partecipato”.

In questa “guerra” si trovano coinvolti anche gli uomini: «La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).

(Di Pietro Cantoni, “L'Oscuro Signore. Introduzione alla Demonologia”, Sugarco, Milano 2013, pp. 78-81)

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sabato 19 settembre 2015

Il contagio moderno


«Lo dichiaro controvoglia. Ma scelte come la rinuncia all’oro nella croce e nell’anello da parte del pontefice appena eletto mi sono dispiaciute.

Non tanto perché le abbia trovate demagogiche (sono convinto dell’assoluta buona fede del Santo Padre nel compierle), quanto perché mi sembrano il sintomo di un contagio moderno che ci ha raggiunto tutti.

Per noi, l’oro simboleggia innanzitutto la ricchezza e il potere: questo è il risultato di quel primato dell’economia che è tra i connotati più allarmanti della modernità. 

Ma l’oro dei sacri arredi e dei simboli sacri non è questo: esso è il riflesso della luce solare, dello splendore del Cristo, Sol Iustitiae. È per Lui, in Suo onore, nel Suo nome che i papi se ne adornano. Spogliarsene è un atto moralmente commendevole, sul piano delle intenzioni; ma teologicamente è senza senso e sembra indicare fino a che punto sia giunta, oggi, anche al vertice del clero, l’incomprensione degli antichi ma sempre preziosi simboli del Sacro».

Franco Cardini – Storico.

(Citato da Vittorio Messori, Il Timone N. 123 – Maggio 2013)

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lunedì 14 settembre 2015

Il culto dell'umanità


«Quando gli uomini abbandonano l’adorazione di Dio e dei santi prendono ad adorare se stessi.

L’Io si presta ottimamente a questo culto perché il proprio Io è un modello di perfezione, e soprattutto non è possibile metterne in dubbio l’esistenza. Il culto di noi stessi ha il grande vantaggio di essere culto di qualche cosa che certamente esiste, la cui presenza è certa, a portata di mano e, per noi, oggetto di sconfinata ammirazione.

Ma adorare, per la natura stessa dell’atto, significa pagare un tributo, che deve necessariamente rivolgersi a un oggetto esterno. Il culto di noi stessi non può dunque attuarsi che in una forma riflessa.

La forma più corrente di questo culto è quella che ha per suo oggetto l’umanità.

Dal culto dell’umanità ci vengono religioni come quella del Socialismo, della Fratellanza Universale, del Credo della Bontà Universale e simili».


Hilaire Belloc (1870 – 1953), Saggio sull’indole dell’Inghilterra contemporanea (An Essay on the Nature of Contemporary England, 1937)

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lunedì 7 settembre 2015

La responsabilità sociale dell’impresa


«Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte.

Uno dei rischi maggiori è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio.

Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità. Il mercato internazionale dei capitali, infatti, offre oggi una grande libertà di azione. È però anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa.

Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento.

Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera.

Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione. Giovanni Paolo II avvertiva che investire ha sempre un significato morale, oltre che economico. Tutto questo - va ribadito - è valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalità tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico.

Non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Devono però essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel capitale si è formato e dei danni alle persone che comporterà il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso è stato generato. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo.

Non c’è nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile».

Benedetto XVI Caritas in Veritate 40.

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martedì 1 settembre 2015

Sullo sgabello basso


«Sta bene a sentire... C'è una mamma che sta ricamando. Il suo figliuolo, seduto su uno sgabelletto basso, vede il lavoro di lei; ma alla rovescia. Vede i nodi del ricamo, i fili confusi... E dice: “Mamma si può sapere che fai? È così poco chiaro il tuo lavoro?!”.

Allora la mamma abbassa il telaio, e mostra la parte buona del lavoro. Ogni colore è al suo posto e la varietà dei fili si compone nell'armonia del disegno.

Ecco, noi vediamo il rovescio del ricamo. Siamo seduti sullo sgabello basso».

San Pio da Pietrelcina

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martedì 30 giugno 2015

Beati i nostalgici, perché torneranno a casa



«Fino ad oggi nessuno ha veduto gli uccelli migratori dirigersi verso sfere più calde che non esistono, o i fiumi dirottare attraverso rocce e pianure per correre in un oceano che non può essere trovato.

Perché Dio non crea un desiderio o una speranza senza aver pronta una realtà che la esaudisca.

Il nostro desiderio è la nostra certezza e beati siano i nostalgici, perché torneranno a casa».

(Karen Blixen “Capricci del destino”)

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martedì 23 giugno 2015

Un amante tradito



L'amore per Nietzsche dovrà pur finire.
Un giorno.
Non solo per me, perché sono un amante tradito.
Ma per quello che ha fatto ai miei figli.
Sì: per quello che ha fatto loro, già prima che nascessero.
Per quello che ha fatto a loro e a tutti noi.
E a quelli che verranno.

C'era una volta un uomo.
L'uomo più sensibile ed intelligente di tutti i tempi.
Ma soffriva: non accettava di essere solo un uomo.
Voleva essere Dio.
E così ha vissuto come se fosse un dio:
ha detto al mercato che Dio è morto
e ci ha dato un nuovo vangelo tutto suo
annunciando la sua novella:

diceva che l'uomo deve essere creatore
deve forgiare nuovi valori
in un gioco eterno
come un bambino.
E così ci ha presi tutti
ipnotizzati
e anche noi crediamo che il mondo sia un racconto
una favola da inventare
ciascuno la sua.
Nessun valore, nessuna verità.
Solo gioco.
Solo libertà.

Si sbagliava.
Il suo racconto finisce male.
La sua favola è triste.
Ucciso Dio, non resta niente.
Si sbagliava.
Ed era troppo intelligente per non sapere che si stava sbagliando.
Ci ha avvelenati tutti.
Sapendo quello che faceva.

Di Alessandro Benigni - 11 gennaio 2015

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martedì 16 giugno 2015

Il desiderio del sacro



«La mentalità generale che prevale in Occidente prende sempre più le distanze dalla fede della Chiesa. È un fatto. C’è da notare che quando si attacca la “Dominus Iesus” come fosse una espressione di intolleranza, la verità è proprio il contrario: non si tollera più che la Chiesa cattolica possa esprimersi sulla propria identità e sulla propria fede, che essa non impone a nessuno, ma che esprime e difende. [...] Non si sentirebbe il bisogno di attaccare la Chiesa, né la fede, se fossero considerate come delle realtà trapassate o sul punto di esserlo.

Si può dire, dunque, che questi attacchi sono anche un segno della vitalità della fede e della forza che essa conserva nel mondo spirituale. Aggiungerei che questa emarginazione della Chiesa non è così forte in tutte le regioni d'Europa, né in tutte le parti del mondo. Così possiamo vedere che in Germania è in atto una paganizzazione, soprattutto nelle zone che prima erano comuniste, e comunque nel nord del paese, in cui il protestantesimo si decompone e lascia il posto ad un paganesimo che non ha più bisogno di attaccare la Chiesa, perché la fede è diventata talmente assente che non si sente più il bisogno di aggredirla.

Ma vi sono anche delle situazioni del tutto diverse. Ai giorni nostri si possono constatare delle nuove manifestazioni di fede: vi sono tra i giovani dei movimenti molto forti che dimostrano la realtà sempre presente di bisogno di assoluto, con una riscoperta della bellezza della fede e del sacro. Questo desiderio del sacro, di recupero di tutte le bellezze perdute, è molto presente presso la nuova generazione. [...] La Chiesa è destinata certamente a vivere in una situazione di minoranza nel nostro continente, ma rafforzandosi spiritualmente e interiormente, tanto da diventare una speranza per molti uomini».

Joseph Ratzinger, intervista rilasciata alla rivista “Spectacle du monde” n° 464, gennaio 2001.

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mercoledì 10 giugno 2015

Questo dolore è grazia



«C’è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia.

La penitenza è grazia. È una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato.

È una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura.

Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare.

Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina».

(Papa Benedetto XVI, 15 aprile 2010)

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mercoledì 3 giugno 2015

Dio è “unissimo”



«Percorri con la considerazione le diverse specie di unità, perché appaia più chiaramente l'eccellenza di quella che in modo del tutto speciale si trova in Dio.

Vi è una specie di unità che può dirsi collettiva, quando per esempio una gran quantità di pietre viene a costituire un unico agglomerato.

Vi è una unità costitutiva, quando diverse membra formano un solo corpo, o molte parti formano un insieme qualsiasi.

Vi è un'unità coniugale per la quale non vi sono più due persone, ma una sola carne.

Vi è un'unità di nascita, per la quale un'anima e un corpo formano un solo uomo.

Vi è un'unità potestativa, per la quale un uomo virtuoso si sforza di non essere instabile e volubile, ma sempre uguale a se stesso.

Vi è un'unità di consenso, quando con la carità molti uomini fanno un cuor solo e un'anima sola.

Vi è un'unità di consacrazione, quando un'anima, aderendo a Dio con tutte le sue forze, forma con lui un solo spirito.

Vi è un'unità di degnazione, per la quale il fango dell'uomo viene assunto dal Verbo di Dio in una sola persona.

Bernardo di Chiaravalle – 1090-1153. La Considerazione V, VIII.

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giovedì 28 maggio 2015

Ne sono capaci marito e moglie



«L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti ad una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l’affetto necessario.

Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro; siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.

Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è insopportabile una vita vissuta per niente.

Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l’arte, la forza anche di sorridere».


S. Ambrogio, Vescovo di Milano, IV secolo d.C. - Sette dialoghi con Ambrogio

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giovedì 21 maggio 2015

Il luogo dove tutto succede



«Quando difendiamo la famiglia, non intendiamo dire che sia sempre una famiglia pacifica; quando sosteniamo la tesi del matrimonio non vogliamo dire che il matrimonio sia sempre felice.

Vogliamo dire invece che esso è il teatro del dramma spirituale, il luogo dove tutto succede e dove specialmente accadono le sole cose che hanno importanza.

Non è tanto il luogo in cui un uomo uccide la moglie, quanto il luogo dove egli può prendere la decisione altrettanto sensazionale di non ucciderla affatto.

Vi è della verità nel detto scettico secondo il quale il matrimonio sarebbe una prova, ma perfino il cinico ammetterà che le prove possono anche concludersi in favore di un riconoscimento di innocenza.

E la ragione per cui la famiglia possiede questo carattere centrale e cruciale è la stessa che in politica la rende il solo pilastro della libertà. La famiglia è l’esame della libertà, perché la famiglia è la sola cosa che l’uomo libero fa per sé e da solo».


Gilbert Keith Chesterton, 1928

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venerdì 15 maggio 2015

Sacrificio e passione


«Dio si è fatto uomo nel Suo Verbo, nel Figlio, ma la Sua Essenza è immutabile ed ineffabile.

Il Verbo nasce come vero uomo ma verginalmente, dovendo mostrare la natura divina e soprannaturale che non conosce “maschio e femmina” come altalenante attrazione e repulsione ma unità interiore che si rivela nell’universo come ordine, come kosmos perfetto e non caos.

L’uomo divino “non prende moglie e marito” e non “genera figli per la successione” poiché queste sono preoccupazioni inerenti la vita terrena delimitata dallo spazio e dal tempo.

Se Cristo è Dio, come per il cristiano dovrebbe, non solo un grande maestro di saggezza, la Sua Incarnazione non è un abbassamento alla natura umana se non in funzione di “sacrificio” (fare sacro) e “passione” (ovvero passaggio) in vista della deificazione dell’uomo liberato dalla stessa legge di natura la cui trasgressione lo abbassa al di sotto della condizione umana.

Il Signore non attua la trasgressione ma l’assunzione della natura, la nostra natura, in tutto certamente, tranne che nel peccato, nell’attaccamento cupido alle creature.

Assumendola integralmente, non metaforicamente, ha potuto trasfigurarla, elevarla, e noi con Lui, se viviamo con Lui, in Comunione di vita».


Robert Robin Fer – Facebook, 10 novembre 2014

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venerdì 8 maggio 2015

Solo nella verità la carità risplende


«Occorre rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale (...)

Vorrei oggi sottolineare come sia la giustizia, sia la carità, postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente. “Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, ‘si compiace della verità’ (1 Cor 13, 6)” (Enc. Caritas in veritate, n. 1). “Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta […]. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”».


Benedetto XVI – Gennaio 2010 alla Sacra Rota

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sabato 2 maggio 2015

La sostituzione dell’uomo al sacro


Nel Vangelo si legge che quando Cristo si recò a casa della Maddalena, quest’ultima lavò i piedi di Gesù con costosi unguenti.

Giuda Iscariota che era il “tesoriere” del gruppo si lamentò dicendo che tutti quei denari spesi si sarebbero potuti dare ai poveri.

Scrive Elemire Zolla:

«In queste poche parole è racchiusa l’intera filosofia della tradizione diabolica.

Essa propugna infatti il rovesciamento dei criteri: non spetta al culto (dunque a ciò che fonda metafisicamente la moralità e il consiglio di donare ai poveri) bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni ragione, spacciato per fine ultimo. Quanto a dire reso ipocrita, transitorio, alla mercè della psiche.

Se al culto si toglie il primato, lo si ruba altresì all’oggetto del culto, all’essere perfettissimo, togliendo la supremazia all’essere perfettissimo se ne nega implicitamente l’assolutezza, cui si contrappone la natura relativa d’un atto umano, dunque dell’uomo.

Nel biasimo di Giuda è già racchiusa la sostituzione dell’uomo al sacro. Poiché un bisogno umanitario è anteposto all’idea di perfezione assoluta, mancherà altresì ogni criterio per porre in ordinata gerarchia i bisogni, prevarrà alla fine il bisogno più violento, più nevroticamente astuto».

(Elemire Zolla – Che cos'è la tradizione?, Bompiani, Milano 1971; Adelphi, Milano 1998, 2003)

lunedì 27 aprile 2015

Fin dal principio




Il vescovo li vede arrivare, una folla di persone dall’aria decisa. Sospirando, si girò verso di loro.

“Che cosa volete, figlioli?”

Quello che era evidentemente il loro capo si fece avanti. “Vogliamo che la Chiesa…”

Il santo vescovo li ascoltò pazientemente, poi ad un certo punto alzò la mano. “Sì, sì, credo di avere capito. A questo punto penso che sia meglio che queste che cose le chiediate direttamente a Dio”.

Si levò un mormorio di sorpresa. “Ma… disturbarlo per…” Ma il vescovo fece un cenno con la mano a liquidare l’obiezione e si avviò con passo deciso. Gli altri lo seguirono.

Dio stava potando delle viti nel suo giardino. “Sì, un attimo, ho quasi finito.” Recise un ultimo ramo e poi si sedette su un muretto. “Allora, forza, parlate” disse, con fare affabile.

Si fece avanti il capo del gruppo. “Signore, ecco, noi… vorremmo che permettessi l’uso di anticoncezionali…”. Disse, quasi farfugliando.

Dio scambiò un’occhiata con il vescovo. “Certo, lo permetto”.

Un mormorio di sorpresa si levò tra i presenti, che cominciarono a scambiarsi pacche sulle spalle.

“C’è altro, vero?” disse Dio.

“Ecco, vorremmo che fossero permessi anche i rapporti omosessuali…”

“Sono permessi”, disse Dio.

Da alcuni degli astanti si levarono degli “Olè”.

“E anche i rapporti al di fuori del matrimonio…”

“Accordàti”, fece Dio.

“La masturbazione…”

“Certo”

“L’aborto…”

“Come no. Ma aspettate, è inutile che vi sforziate di esprimerlo in parole, tanto lo posso leggere in voi cosa vorreste fare”.

Li guardò, uno per uno. “Vorreste fare del sesso quando vi va e con chi vi va? Lo permetto. Anche con dei bambini? Sì, lo permetto. Vorreste impossessarvi dei beni di chi secondo voi ha troppo? Lo permetto. Della donna, dell’uomo di un altro? Lo permetto. Anche con la forza? Con la menzogna? Lo permetto. Volete uccidere chi non sopportate? Permetto anche questo”.

Man mano che Dio parlava, tutti ad uno ad uno tacquero.

Dio si alzò. “Io permetto tutte queste cose. Le permetto già. E dovreste saperlo, visto che già le fate. Tutte”.

Si avvicinò, e fissò negli occhi il loro capo. “Ma quello che non posso fare è dire che tutte queste cose vi renderanno felici. Non posso proprio farvele bastare. Perché io ho fatto voi uomini in un’altra maniera.” Mentre parlava sorrideva, un sorriso triste.

“Non solo il fare tutte queste azioni non vi basterà, ma vi renderà ancora più infelici, perché sono proprio il contrario del modo in cui vi ho fatto”.

Il leader del gruppo abbassò lo sguardo. Dio gli posò una mano sulla spalla. “Vi ho fatti in una certa maniera, e nemmeno io posso farvi in maniera diversa senza disfarvi del tutto. Nel fondo del vostro cuore voi non volete le cose che avete chiesto: chiedete delle cose che pensate colmino quella sete che avete, ma non sono le cose giuste. Sono le cose che qualcuno che odia voi e me vi ha suggerito proprio sapendo cosa vi succederebbe”.

Si rivolse a quelli dietro. “Voi, che già le fate, ditemi, vi hanno resi felici, o ancora più disperati e famelici? Cosa è successo, come conseguenza di quelle azioni? Quale tristezza e schifo hanno generato?” Nessuno parlò. “E quindi,” proseguì Dio, “cosa vorreste che io facessi? Che, nonostante quello che siete, quello che è, io vi dessi il permesso di sentirvi giustificati qualsiasi cosa facciate? In maniera da accusarmi anche di questo? Bene, il permesso di farlo ve l’ho dato. E ve l’ho dato fin dal principio. Si chiama libertà. Ma avete anche qualcosa d’altro, dentro, cioè la conoscenza di cosa sia bene e cosa sia male. E nemmeno io posso togliervela, perché ve la siete presa assieme alla libertà”.

Si accostò al vescovo, passò il braccio attorno alle sue spalle bianche e lo strinse a sé. “Il vostro vescovo vi può ricordare cosa io stesso ho detto ai vostri padri. Cos’è che può rendervi felici. Ma, se non lo posso io, neanche lui può cambiare la vostra natura”.

“Cos’è che può renderci felici, allora?” Chiese il capo del gruppo.

“Già lo sai.” Disse Dio “stare qui assieme a me”.

A questo punto, il silenzio era totale. Neanche si sentivano più gli uccellini tra i rami del giardino. Poi, uno ad uno, i presenti si voltarono e se ne andarono.

Alla fine rimasero solo Dio e il vescovo. Il vescovo sospirò. “Credi che l’abbiano capito, stavolta?” Chiese, rivolgendosi a Dio.

Dio si strinse le spalle. “Come tutte le altre volte. Ma una cosa la sanno, anche se ogni volta sembrano scordarsene”.

Il vescovo si girò verso Dio. “E qual è?”

Rispose Dio “Che io li amo”.


Di Berlicche

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lunedì 20 aprile 2015

Il non-conformismo della fede



Agire secondo verità nella carità.

«La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Ma lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi.

E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso.

Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. È la fede che egli vuole.

Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.

Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi.

Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.

La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente.

Essa s’oppone ai venti della moda.

Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.

Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr Ef 4, 15).

Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo.

Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili.

In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri».


Omelia del Santo Padre Benedetto XVI – Domenica, 28 giugno 2009. Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

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martedì 14 aprile 2015

Essere uomo in modo retto



«La figura di Cristo viene interpretata sugli antichi sarcofaghi soprattutto mediante due immagini: quella del filosofo e quella del pastore.

Per filosofia allora, in genere, non si intendeva una difficile disciplina accademica, come essa si presenta oggi. Il filosofo era piuttosto colui che sapeva insegnare l'arte essenziale: l'arte di essere uomo in modo retto – l'arte di vivere e di morire.

Certamente gli uomini già da tempo si erano resi conto che gran parte di coloro che andavano in giro come filosofi, come maestri di vita, erano soltanto dei ciarlatani che con le loro parole si procuravano denaro, mentre sulla vera vita non avevano niente da dire. Tanto più si cercava il vero filosofo che sapesse veramente indicare la via della vita.

Verso la fine del terzo secolo incontriamo per la prima volta a Roma, sul sarcofago di un bambino, nel contesto della risurrezione di Lazzaro, la figura di Cristo come del vero filosofo che in una mano tiene il Vangelo e nell'altra il bastone da viandante, proprio del filosofo. Con questo suo bastone Egli vince la morte; il Vangelo porta la verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano.

In questa immagine, che poi per un lungo periodo permaneva nell'arte dei sarcofaghi, si rende evidente ciò che le persone colte come le semplici trovavano in Cristo: Egli ci dice chi in realtà è l'uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo. Egli ci indica la via e questa via è la verità. Egli stesso è tanto l'una quanto l'altra, e perciò è anche la vita della quale siamo tutti alla ricerca. Egli indica anche la via oltre la morte; solo chi è in grado di fare questo, è un vero maestro di vita. La stessa cosa si rende visibile nell'immagine del pastore».


Benedetto XVI, Spe salvi 6

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giovedì 9 aprile 2015

Sul lato sbagliato della storia



«L’eternità entra nella storia umana spesso in modi incomprensibili.

Dio fa promesse ma non dà scadenze temporali.

I pellegrini che visitano il Santuario di Fatima entrano in una enorme piazza, con il punto delle apparizioni segnato da una piccola cappella su un lato, una grande chiesa a un’estremità, una cappella per l’adorazione altrettanto grande all’altra estremità, un centro per visitatori e per le confessioni. Appena fuori lo spazio principale è stata ricostruita una sezione del muro di Berlino, una testimonianza tangibile di ciò di cui Maria aveva parlato quasi un secolo fa.

Il comunismo in Russia e nelle nazioni satellite è crollato, benché molti dei suoi effetti di peccato siano ancora tra di noi.


Il comunismo impose un modello di vita totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste.

Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile.

Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale.

Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento?

La presente campagna elettorale ha portato in superficie un sentimento anti-religioso, in buona parte esplicitamente anti-cattolico, cresciuto in questo Paese per decenni. La secolarizzazione della nostra cultura è una questione che supera di gran lunga quelle politiche o l’esito di queste elezioni, per quanto siano importanti.

Parlando alcuni anni fa a un gruppo di sacerdoti, totalmente al di fuori dell’attuale dibattito politico, stavo cercando di esprimere in modo plateale ciò che una completa secolarizzazione della nostra società potrebbe comportare un giorno. Stavo rispondendo a una domanda, non ho mai messo nulla per iscritto, ma le parole furono catturate dallo smart-phone di qualcuno e sono diventate virali, da wikipedia e altrove.

Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica. È stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.

[…] Dio sostiene il mondo, nei buoni e cattivi tempi. I cattolici, assieme a molti altri, credono che solo una persona ha superato e riscattato la storia: Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore del mondo e capo del suo corpo, la Chiesa.

Coloro che si raccolgono ai piedi della sua croce e della sua tomba vuota, non importa la loro nazionalità, sono sul lato giusto della storia.

Quelli che mentono su di lui e minacciano e perseguitano i suoi seguaci, in qualsiasi epoca, possono illudersi di portare qualcosa di nuovo, ma finiscono solo per portare variazioni su una vecchia storia, quella del peccato e dell’oppressione umana. Non c’è nulla di “progresso” nel peccato, anche quando viene promosso come qualcosa di “illuminato”». […]


Francis George, cardinale e arcivescovo di Chicago. Estratto di un articolo pubblicato sul suo spazio internet nel novembre del 2012.

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giovedì 2 aprile 2015

Un punto di riferimento


«Il peccato è un’offesa a Dio»: così nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1850). E ancora al Salmo 51: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto». Il problema del male e di conseguenza del peccato nasce insieme al mondo; Sant’Agostino si chiedeva: «Quaerebam unde malum et non erat exitus» («Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta»), e ancora nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo (412) «Ma perché Dio non ha impedito all’uomo di peccare?» Risponde, tra gli altri, San Tommaso d’Aquino: «Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarne da essi un bene più grande. Da qui il detto di San Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”».

Nelle nostre giornate così rumorose, affogate tra fretta e ansie di ogni tipo dove trova posto il peccato?

O meglio, ha ancora senso parlare di peccato, di colpa verso Dio?

L’uomo di oggi ha voglia e tempo di soffermarsi a riflettere su questo, magari nell’ombra quieta di un confessionale? Voci unanimi dicono di no per la maggior parte, anche se per alcuni ci sono delle eccezioni. [...]

«In questo tempo di “relativismo etico e soggettivismo morale” come ha sottolineato Papa Benedetto XVI ognuno crede di poter fare da solo, anche di giustificare un peccato come tale, mentre metro per giudicare quando un peccato è tale, sono i dieci Comandamenti, la Legge di Dio. Il peccato è il nostro no a questa Legge di Dio. C’è un abuso oggi della frase: “secondo la mia coscienza”, ma questa coscienza per essere usata come ago della bilancia, deve avere un punto di riferimento, dev’essere retta e guidata da Dio e dal Magistero della Chiesa; invece purtroppo oggi la gente è disorientata e nell’incertezza si preferisce non avvicinarsi al confessionale: comportamenti troppo sbagliati, situazioni troppo difficili portano le persone sempre più lontane dalla confessione vissuta solo come un ostacolo troppo grande da superare; non si è più attenti al peccato e al peccato verso Dio, ma solo verso gli altri il che non è sbagliato di per sé, ma non è tutto».


Di Nicoletta Benini. Esiste ancora il senso del peccato? – 29 marzo 2006 – toscanaoggi.it

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venerdì 27 marzo 2015

L’unico vizio che non procura piacere



«Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per importanza? Perché devo subire la sua superiorità?» Così s’interroga Nicolaj Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928) di Jurij Olesa, scrittore sovietico, meditando rancore sul suo nemico personale Babicev, che rappresenta ai suoi occhi un concentrato di negatività assolute.

Come tutti i vizi capitali l’invidia è antica come l’uomo; a differenza della superbia, della gola della lussuria, l’invidia è forse l’unico vizio che non procura piacere; evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi e crescere ha bisogno del riconoscimento; quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che permette a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella demolizione dell’altro; oltre ad essere un vizio è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi impedendo la caduta del proprio valore svalutando l’altro; questa è la strategia dell’invidioso: svalutare le persone percepite come «migliori» di sé non solo in pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato invidiato considerato colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia l’invidiante.

Non confondiamo invidia e gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la seconda è la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho; l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro; l’invidioso «è un carnefice di se stesso» (S. Pier Crisologo) e di chi gli è vicino.


Di Guglielmo Borghetti. Quel sentimento doloroso, figlio della frustrazione – 22 marzo 2006 – toscanaoggi.it

sabato 21 marzo 2015

Non abbandonarti alla tristezza




Accidia. Questa parola è probabilmente poco familiare alla maggior parte della cultura moderna, non così l’esperienza che descrive e sintetizza: il desiderio, accompagnato da una certa tristezza, di fuggire dal compito che in quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. Ricordo una simpatica mattonella che, riportando il decalogo del pigro, al primo articolo recitava: «non fare oggi ciò che potresti fare domani» e «se ti viene voglia di fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa». Ecco una semplice, anche se parziale, immagine dell’accidia.

Questo termine non proviene tanto dalla tradizione biblica quanto da quella monastica dei primi secoli del cristianesimo – tra i più importanti ricordo: Giovanni Cassiano ed Evagrio Pontico – per poi arricchirsi nelle successive riflessioni teologiche. Tuttavia anche se «accidia» non compare nella Scrittura non mancano riferimenti a questa difficoltà interiore; basti citare il Siracide: «Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri» (30,31) o anche S. Paolo che parla di una «tristezza secondo il mondo» che conduce alla morte (2Cor 7,10).

L’accidia appare prima di tutto come uno stato d’animo negativo intessuto di scoraggiamento, di noia, di pesantezza, in questo manifestarsi però essa non è ancora peccato, ma solo tentazione. Peccato vero e proprio è cedere a questo sentimento e fuggire, fisicamente o con la mente, dall’attività intrapresa o che si dovrebbe intraprendere di lì a poco. L’accidia dice la difficoltà di fare oggetto del nostro pensiero e della nostra volontà un bene che non è ancora presente; è un segno del conflitto che può nascere in noi per dover scegliere tra cercare una soddisfazione materiale immediata, pur piccola, e impegnarsi per raggiungerne una più grande, spirituale, ma posta nel futuro.


Di Stefano Grossi. La tentazione di cedere allo scoraggiamento – 22 marzo 2006 – toscanaoggi.it

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lunedì 16 marzo 2015

Una volontà di perennità



La lussuria, come si sa o si dovrebbe sapere, non riguarda il lusso, ma il sesso. Il quale, come la gola, garantisce la sopravvivenza, questa volta del genere umano: non senza un perché si chiamano «genitali». Ma la sessualità umana è una realtà molto complessa, enigmatica e interessante.

Intanto, se l’attrazione fisica fosse solo il trucco di madre natura per far figliare, con strane attivazioni di membra che al solo rammentarle fanno ridere (Erasmo), Quello lassù poteva farci riprodurre come i lombrichi: da uno se ne fa due. Tant’è che ora c’è chi s’ingegna in intrugli del genere. O fare andare in caldo ogni cinque anni, come il panda.

D’altra parte, se scopo del sesso fosse esclusivamente il piacere, in una successione di desiderio, eccitazione, ricerca, sfogo, secondo una «concezione idraulica» del medesimo, sesso appunto a sciacquone (Fromm), perché così pochi momenti e centimetri per quest’altro godio, che invece, una volta assaggiato, tende all’infinito? Effetti dei pizzicori delle foglie di fico sui tristi progenitori? Ma poi perché il buon Dio ci avrebbe fatti «bambini» e «bambine», maschi e femmine, se si trattasse solo di dar lo sturo a un troppo pieno?

In realtà, il sesso tende all’unione di «tutto un corpo in un corpo» (Lucrezio). È il mistero della biblica «una sola carne» (Gen 2,23–24; Mc 10,8; Ef 5,29–30): immedesimazione in una distinzione, anzi opposizione, e perciò reciprocità, di lui per lei e lei per lui, di lui con lei e lei con lui, di lui in lei e lei in lui. È unione di persone: il coito, se umano, comincia di solito con un bacio. In quell’unione che vuol essere totale, come se fosse un pozzo (Prov 5,15) soffocato da tanti detriti, – quelli sedimentati dalla lussuria all’insegna dell’«ogni lasciata è persa» o «basta che respiri» –, si può riscontrare un desiderio, anzi una volontà di perennità e vitalità, per un sesso così unitivo ed espressivo da essere umanamente e serenamente procreativo.

Certo, neppure nell’esercizio concreto del sesso c’è una unione totale di persone, che sarà data solo nel mondo dei corpi risorti, del cui anelito la verginità è segno particolare e «testimonianza dell’invisibile» (Paolo VI).


Di Carlo Nardi. Quando il piacere è fine a se stesso – 15 marzo 2006 – toscanaoggi.it

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