domenica 28 novembre 2010

La misura del vero umanesimo

«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. 
Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. 
San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).» 

Dall’omelia del Cardinale Joseph Ratzinger, Decano del Collegio Cardinalizio. Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro. Lunedì 18 aprile 2005. 

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giovedì 25 novembre 2010

Sale della terra, luce del mondo

Un mandato presuntuoso…

L’immagine evangelica del
«sale della terra e della luce del mondo» (cfr Mt 5, 13-14) è un riferimento significativo che guida la presenza dei cattolici nella società. Comprendiamo che l’immagine del sale suggerisce lo stile dell’incarnazione, la discesa nella pasta della storia, per diventare vicinanza e condivisione con la vita di tutti. Mentre l’immagine della luce, della città posta sul monte, avverte che il discepolo – e la Chiesa nel suo insieme – si trova inevitabilmente davanti al mondo, e questo senza presunzioni ma anche senza timidezze. 
Esplicita questa duplice immagine un’altra parola evangelica, un altro paradosso: «l’essere nel mondo ma non del mondo» (cfr. Gv 17). Essere nel mondo richiama la logica del sale che s’immerge e condivide, mentre l’imperativo di non essere del mondo dice il modo per essere luce, città posta sul monte. Se i credenti, nei vari campi dell’esistere, conoscono solo le parole del mondo, non hanno parole diverse, sono omologati alla cultura dominante o creduta tale, saranno irrilevanti. 
Il punto non è la voglia di rilevanza, ma il desiderio di servire: «la Chiesa – diceva Benedetto XVI nel Regno Unito – non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri e così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé (…) ma per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità (…) La Chiesa non cerca la propria attrattività, ma deve essere trasparente per Gesù Cristo» [Benedetto XVI, Risposte ai giornalisti in volo verso il Regno Unito, 16.9.2010]. 
Tornando all’immagine del sale e della luce, sembra essere un mandato presuntuoso e disperante. Ma in realtà racchiude non solo un indirizzo ma anche una grazia. Infatti come possiamo noi essere sale e luce per il mondo? 
Non dobbiamo dimenticare che il vero sale della terra e la vera luce del mondo è Cristo, ed è guardando a Lui che il cristiano può essere sale e luce. Proprio nel momento in cui Gesù ci invia senza remissione nel mondo, Egli ci attira a sé in un modo ancor più irrevocabile, perché ci ordina ciò che è umanamente impossibile. È dunque la nostra inadeguatezza che ci rimanda a Lui e ci apre alla grazia con maggiore umiltà e fiducia. 
La fede, infatti, è vivere riferiti a Cristo, è intuire che noi esistiamo perché Dio vive; è esserne affascinati, ghermiti, posseduti. Ed è proprio questo vivere riferiti a Lui, presente nella Chiesa, che ci rende sale e luce per gli altri: in famiglia, negli affetti, al lavoro, nei momenti liberi, nei tempi della gioia e della sofferenza, della malattia e della morte, come abbiamo ricordato al Convegno ecclesiale di Verona. 
Proprio per questo il Maestro non esorta i discepoli dicendo “siate” sale e luce, ma afferma perentorio che essi “sono” sale e luce, rivela cioè ciò che Egli ha fatto non solo per loro, ma di loro; non solo per noi, ma di noi! Senza questo primato della vita spirituale – che è la vita con Cristo nella Chiesa – non esiste possibilità di presenza dei cattolici ovunque siano nella società. 

Angelo Bagnasco - Reggio Calabria, 14 Ottobre 2010. “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese” 

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lunedì 22 novembre 2010

Pensati dall’eternità

«[..] Vorrei fare con voi, nel seguente pensiero, una considerazione.
Noi, [..] dobbiamo fare la volontà di Dio per poter dire che amiamo Dio, che contraccambiamo il suo essere Amore nei nostri confronti con il nostro.
Ora - qualcuno potrà domandarsi - il fare, nella vita, unicamente la volontà di un altro, sia pure Dio; il compiere, durante la nostra esistenza, il disegno che un altro, sia pure Dio, ha su di noi, non ci porta forse ad adombrare, a non sviluppare la nostra personalità, a privarci della nostra libertà?
Ci si convince che non è assolutamente così, ma che è proprio l’esatto contrario, se pensiamo almeno un po’ a chi siamo noi, a quale è la nostra realtà.
Noi siamo e siamo stati presenti nella mente di Dio, nel Suo Verbo, da sempre.
Noi siamo in Dio una parola che Egli ha pensato fin dall’eternità. Questa parola è il nostro vero io. A un dato momento, il Padre ci ha creati e siamo apparsi su questa terra.
Ora, come il destino della Parola per eccellenza di Dio, del Verbo del Padre, è quello di essere sempre rivolto verso il Padre, così dobbiamo essere anche noi.
L’essere di Gesù, il suo essere, ha senso solo in quanto generato dal Padre e tutto il suo è quanto il Padre gli ha dato. Per questo compie ciò che il Padre vuole perché è la sua realtà: è con ciò Verbo del Padre e, allo stesso tempo, è se stesso. Gesù non fa che la volontà del Padre anche se, essendo uomo può a volte costargli, come ad esempio nella sua agonia nell’orto degli ulivi, ma la fa.
Così anche noi dobbiamo fare la volontà del Padre. Ed è proprio nel vivere ciò che Egli ha pensato e pensa di noi che sta lo sviluppo della nostra personalità. Ecco perché [..] dobbiamo compiere nella vita il disegno che Dio ha su di noi, disegno che è la nostra stessa vita ed è anche la nostra libertà perché ci rende liberi di essere veramente noi stessi.»

Chiara Lubich - Da un pensiero del 28 novembre 1996

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venerdì 19 novembre 2010

Attratti dal proprio piacere


I sensi del corpo hanno i loro piaceri e l’anima non dovrebbe averli? 

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre» (Gv 6, 44). Non pensare di essere attirato contro la tua volontà: l’anima è attirata anche dall’amore. Né dobbiamo temere di essere criticati per queste parole evangeliche della Sacra Scrittura da quanti stanno a pesare le parole, ma sono del tutto incapaci di comprendere le realtà divine. Costoro potrebbero obiettarci: Come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Rispondo: Nessuna meraviglia che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà. Anche il piacere ha una tale forza di attrazione. 
Che significa essere attratti dal piacere? «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 36, 4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo. 
O forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l’anima non dovrebbe averli? Se l’anima non ha le sue delizie, come mai il salmo dice: «Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa, e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce»? (Sal 35, 8-10). 
Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, uno che sospiri alla fonte della patria eterna, dammi uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se invece parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico. 
Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall’amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva – perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere – come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre? Che altro desidera più ardentemente l’anima, se non la verità? Di che cosa dovrà essere avido l’uomo, a qual fine dovrà desiderare che il suo interno palato sia sano nel giudicare il vero, se non saziarsi della sapienza, della giustizia, della verità, della vita immortale? 
Dice perciò il Signore: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia», quaggiù, «perché saranno saziati», lassù (Mt 5, 6). Gli concedo quello che ama, gli rendo quello che spera. Vedrà quello che ora senza vedere accetta per fede. Si ciberà di ciò di cui ora ha fame, sarà dissetato con ciò di cui ora ha sete. Ma quando e dove? Nella risurrezione dei morti perché: «Io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54). 

Sant’Agostino, vescovo. Dai «Trattati su Giovanni» (Tratt. 26, 4-6; CCL 36, 261-263) 

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