sabato 19 marzo 2011

Il fetore dell’ingratitudine

Dalla contemplazione di San Francesco alla nausea di Sartre: la parabola dell’uomo, incapace di gratitudine.

«[…] Nel 1224 Francesco d’Assisi, malato tra l’altro di un grave tracoma che gli permetteva di scorgere ormai solo veli di luce e d’ombra, a due anni dalla morte pronuncia il Cantico delle creature, sublime sviluppo della solidissima letteratura biblica di lode (Salmi, Proverbi, Sapienza, ecc.); capolavoro poeticoreligioso.
In esso la natura è presenza, significante e specchio di Dio - senza se e senza ma, diremmo oggi.
La lode è espressione di gratitudine essenziale: Che cosa hai - già diceva san Paolo - che tu non abbia ricevuto? Questo è l’animus di san Francesco, come poi di san Bonaventura, di Duns Scoto e, prima, dei costruttori di cattedrali, e poi di Giotto, dei pittori Due-Trecentisti e così via.
Ma. Ma, a un certo punto, crack.
Il punto lo troviamo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.
Cartesio riduce la natura a meccanismo, Pascal, il cristianissimo e anticartesiano Pascal, fa ancora peggio: la dichiara sorda e muta e cieca.
Pascal, con la sua superlativa intelligenza scientifica e la passione religiosa che lo anima, in uno stile divenuto improvvisamente rude e impacciato, esce a dire nei Pensieri: «Ma come, non dite voi stessi che il cielo e gli uccelli provano Dio? - No. - E la vostra religione non dice forse questo? - No. Infatti, benché ciò sia vero in un senso per certe anime a cui Dio ha dato questa luce, nondimeno ciò è falso rispetto alla maggioranza». Crack.
E sì che la Bibbia dice il contrario (Salmo 19, solo per fare un esempio), e sì che il francescano san Bonaventura aveva ammonito: chi non ode il canto di lode della natura è sordo, chi non vede la perfezione creata è cieco, chi per essa non loda il suo Autore è muto. Ma Baudelaire arriverà a dire che i viventi pilastri della natura mandano fuori, a volte, confuse parole.
Cosa è successo tra la fine del cosiddetto Medioevo e l’inizio della cosiddetta età moderna? È successo quello che Leopardi ha poi identificato come l’uso incendiario, distruttivo e autodistruttivo, della ragione scientifica, quello che oggi pare ai più normale e naturale mentre è artificioso, erroneo e fuorviante, e si chiama scientismo.
Per il quale, ad esempio, l’acqua è solo H2O e non anche umile, pretiosa et casta (san Francesco).
La natura parla solo a chi sta zitto un momento, non a chi fa chiasso culturale disegnando, consapevolmente o meno, la ruota di pavone della propria superbia conoscitiva.
Al contadino non verrebbe mai in mente di sotto valutare quella che Virgilio chiamava iustissima tellus (giustissima terra), che continuamente confessa all’uomo religioso la propria santità naturale, al cristiano il proprio glorioso limite-trampolino verso il Creatore.
Eppure ci sono cascati, nella superbia conoscitiva, Cartesio e Pascal, Bacon e Hume, Schopenhauer e Leopardi, Nietzsche e Sartre, il quale ultimo scrive, in pagine centrali de La nausea, l’anti-cantico delle creature: Ogni essere sarebbe superfluo perché immotivato, eccessivo rispetto al nulla; fonte non di lode ma di nausea. Ricordo ancora la faccia di un prete africano mentre gli spiegavo Sartre: Dovete pensare che siamo matti noi occidentali, vero? - Sì, disse. E fate bene, aggiunsi io.
Perché? Perché il fetore dell’ingratitudine, che diventa sconoscenza e ignoranza, si è diffuso ovunque, dall’alta cultura al costume spicciolo?
Perché l’uomo, anzi l’ometto, ha cominciato a pensare di essere di propria origine e proprietà, di non ricevere da Altro il proprio essere. E se l’hai ricevuto, aggiunge san Paolo, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?
Tutto qui. Ma è un abisso, una voragine incolmabile dalla sviata intelligenza-libertà che si dice moderna.
Se io non sono creatura, se non sono figlio, la vita nel suo dolore mi pesa molto più che nella sua gratuita bellezza, che nel dolore si smarrisce e svanisce mentre nella gratitudine si rivela e si fortifica (leggete Ortodossia di Chesterton!). Così da far dire ormai a tanti stanchi e smarriti che la vita in fondo è solo una gran rottura di scatole (non invento, riferisco). Cioè da farli approdare alla più grande mistificazione, falsificazione e calunniosa diffamazione della vita stessa.»

Dall’articolo di Giovanni Casoli apparso sul quindicinale “Città Nuova” il 10 maggio 2009

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1 commento:

  1. Che vale la vita se non per essere data? (Paul Claudel ne 'l'annuncio a Maria') Nel riconoscimento della gratuità dell'essere c'è anche la meraviglia dell'esserci e della natura come dono, a partire dalla natura umana. I percorsi dei vari razionalismi e degli scientismi, inizialmente nati come rivendicazione dell'autonomia dell'uomo rispetto alla preponderanza della teologia, sono approdati poi alla negazione del tutto, della bellezza del cosmo e dell'uomo come parte di esso. Rimane il fatto che non c'è progresso di pensiero senza apertura all'atto d'essere, gratuito e libero, che ha fondato la nostra esistenza e perciò apertura al trascendente.

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